«Fra sinistra e incapaci un centrodestra del sì è l'unica risposta seria»

Parla il commissario Giovani di Forza Italia «Governo 5 Stelle-Pd? Uno sfregio pericoloso»

Marco Bestetti, presidente di Zona 7 a Milano e commissario nazionale di Forza Italia Giovani, si è vista una crisi di governo bizzarra. «Il caldo ha dato alla testa a un po’ di persone. L’Italia è precipitata in piena estate in una crisi in cui non si capisce più chi è contro chi. Non si vedono prospettive ragionevoli e concrete. Anche Salvini ha fatto un po’ l’elastico: sfiducia, “mai detto...”. Insomma, una gran confusione, triste epilogo di un’alleanza di governo innaturale partita male. È brutto dirlo, ma lo avevamo detto».

Epilogo? Sicuri?

«Sì, questo governo è finito, defunto. Mi preoccupa che ne possa nascere uno peggiore. Sarebbe un capolavoro in negativo che non meritiamo». Un governo Pd-5 Stelle? «Quello uscente era frutto di un contratto fra il partito più negativo, e un alleato, la Lega, che aveva garantito di impegnarsi a portare avanti battaglie di centrodestra. Purtroppo ha contribuito ad approvare alcuni dei peggiori provvedimenti mai presi in Italia, con danni inenarrabili. Cito per tutti il reddito di cittadinanza, simbolo del peggiore assistenzialismo e di ciò contro cui da sempre ci battiamo. Noi invochiamo il merito, la cultura dell'impresa, la crescita, le infrastrutture».

C'è un problema di povertà.

«Cito il grande Milton Friedman: Se tu paghi la gente che non lavora e la tassi quando lavora, non esser sorpreso se produci disoccupazione.

Pd-5 Stelle sarebbe peggio?

«Con questo governo ogni giorno pensavamo di aver toccato il fondo, poi si andava ancora più giù. Uno Pd-5 stelle non avrebbe neanche il contraltare della Lega. Sarebbe un governo di sinistra estrema, che non potrà portare avanti nessun beneficio o istanza positiva, con una specie di sinistra di pauperisti e incapaci».

Ma come si spiega che abbiano preso il 32%?

«Hanno solleticato istinti primordiali, invidia, odi, spirito anti-Casta tradotto nell'antipolitica, hanno incanalato nel voto di protesta un certo disagio sociale. Ma pensare che un Paese come il nostro possa avere un futuro nella decrescita, è come immaginare di voler tornare alle caverne».

Ma lei non vede un'indole populista e protestataria anche in questa nuova Lega?

«Spero di no. Voglio fidarmi, pensare che abbiano votato certi provvedimenti solo per esigenze di contratto, frutto di un compromesso al ribasso. Mi auguro che il nostro storico alleato non li condividesse, altrimenti dovremmo chiederci cosa sia la nuova Lega di Salvini, e la situazione sarebbe ancor più difficile».

Conosce Matteo Salvini? Che idea si è fatto di lui?

«Ci siamo incrociati ma non posso dire che siamo amici. Mi pare paghi i limiti di una certa inesperienza per cui se deve solleticare la pancia con cose mediatiche è un conto, ma se deve elaborare una strategia emergono i problemi. Noi gli abbiamo chiesto di restare nell'alveo di del centrodestra, dove il presidente Berlusconi che garantisce visione ed esperienza. Ha scelto una strada diversa e l'ha portato a sbattere».

Rischia di ripetere lo stesso errore in prospettiva?

«Sì, rischia, ora pare che siano i 5 Stelle che rifiutano la sua mano tesa. Li sta facendo apparire come degli statisti. Siamo all'inverosimile».

Fi cosa chiede ora?

«Esprimiamo l'ultimo leader eletto al governo, espressione di un'indicazione diretta dei cittadini, nell'ormai lontano 2008. Chiediamo elezioni, in una democrazia normale è ai cittadini che si deve dare la parola. Ogni alternativa sarebbe uno sfregio agli italiani. Non vogliamo nuovi inciuci Lega-5 Stelle o accordi fra sconfitti».

Pd e 5 Stelle sono stati i primi due partiti nel 2018.

«Legittimo dal punto di vista costituzionale, un attentato alla democrazia dal punto di vista politico. Uno sfregio».

Voi siete pronti al voto?

«Siamo nati pronti. Non vediamo l'ora di presentare una maggioranza unita che faccia le riforme che servono al Paese, anche costituzionali. A partire dal presidenzialismo».

Temete defezioni? Toti...?

«Neanche un po'. Toti si scaglia contro le cooptazioni, ma per coerenza dovrebbe essere il primo a farsi da parte. Tutti i tentativi scissionisti sono finiti nell'irrilevanza. Non c'è spazio per le divisioni, è il momento della responsabilità, di aprirci e coinvolgere tutti coloro che non si riconoscono nella sinistra, nei 5 Stelle, e nella destra populista. C'è uno spazio enorme per un baricentro che può riorganizzarsi in un contenitore che esiste già, Forza Italia».

Un centrodestra del sì?

«È la nostra ragione fondativa. Liberare le energie del Paese. Ho già parlato con decine e decine di giovani elett in Fi e ho avuto la conferma che esiste una classe dirigente eccezionale, che a volte è tale senza saperlo ma dimostra capacità, consenso, fiducia di tanti. La generazione-Berlusconi, una classe dirigente che è sia credibile sia fresca per proporsi come motore propulsivo del partito. Anche il lavoro del coordinatore Salini in Lombardia è ispirato a questa consapevolezza».

Milano sarà uno dei banchi di prova di tutto questo?

«Sì. All'indole di Milano e alla sua operosità non interessano le urla e gli slogan. Noi milanesi abbiamo la cultura del fare e del fare bene. Certi modelli qui non funzionano e non a caso i 5 Stelle non hanno mai sfondato. C'è ovunque un certo scarto fra il voto politico-ideologico e quello amministrativo, in cui contano le persone e la fiducia che riscuotono. Noi abbiamo una classe dirigente senza eguali, in grado di interpretare tutto ciò. Sono convinto che i nostri consiglieri municipali siano migliori dei ministri uscenti dei 5 Stelle. Milano sarà laboratorio di questo arrembaggio di un centrodestra del fare e non delle urla».