«So dove trovare le armi» Espulso il pakistano jihadista

Il Ros e la Procura hanno ricostruito il percorso di radicalizzazione del ventiseienne rimpatriato ieri

Cristina Bassi

L'odio per l'Italia, esploso in primavera dopo che la sua domanda di cittadinanza era stata rifiutata e più volte dichiarato ad alta voce, per lui aveva preso la forma del radicalismo islamico. «Farò un attentato, so dove trovare le armi», diceva intercettato dal Ros. «Vi ammazzo tutti», prometteva captato dalle cimici subito dopo aver incontrato una pattuglia di militari. «Gli attacchi di Parigi? La giusta punizione agli infedeli francesi per le bombe contro lo Stato islamico».

Farook Aftab, pachistano 26enne di Vaprio d'Adda (nel Milanese), è stato fermato sabato mattina dal Raggruppamento operativo speciale guidato dal tenente colonnello Paolo Storoni. Ieri è stato espulso dal nostro Paese. Aveva giurato fedeltà all'Isis e secondo gli inquirenti era pronto a diventare un martire della jihad. L'ordine era stato emesso dal ministero dell'Interno ed è stato convalidato dal Tribunale civile di Torino, sotto la cui competenza si trovava il giovane in custodia al Cie cittadino. Nel pomeriggio l'aspirante jihadista è stato imbarcato su un volo per Islamabad. Nella sua casa, dove viveva con la moglie connazionale, gli investigatori hanno trovato parecchio materiale di propaganda del Califfato. L'uomo, che era in Italia da quando aveva 13 anni e aveva un lavoro come magazziniere in un negozio di articoli sportivi, conduceva la vita di un immigrato integrato. Fino a circa un anno fa quando secondo le indagini coordinate dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli ha intrapreso un pericoloso percorso di radicalizzazione. L'indottrinamento non era avvenuto in moschea ma sul web. Il pachistano scaricava e visionava in modo ossessivo documenti e filmati di Daesh, con violenze e istruzioni su dove e come trovare armi ed esplosivi. Parlava con conoscenti e amici dell'intenzione di andare in Siria per diventare un mujaheddin e tormentava la moglie provando a convincerla a votarsi alla causa del fondamentalismo. Tra i suoi obiettivi era finita anche un'enoteca.

Ma perché nei confronti di questo aspirante «lupo solitario» è stata scelta la strada dell'espulsione e non quella dell'arresto, come invece è successo per Muhammad Waqas e Lassaad Briki? Il pachistano e il tunisino di Manerbio, accusati di progettare attentati nel nostro Paese in nome del Califfato, sono stati condannati a sei anni di carcere per terrorismo internazionale. Non che il nuovo potenziale foreign fighter - spiegano fonti della Procura - fosse considerato meno pericoloso dei due stranieri arrestati l'estate scorsa. Ma aveva un profilo in parte diverso. In primo luogo era da solo. Spesso faceva affermazioni minacciose, che poi però ridimensionava. Infine navigava nel mare virtuale del fanatismo, ma non aveva contatti diretti e costanti con combattenti che si trovino nel territorio dell'Isis. In passato aveva solo comunicato sui social con un cittadino albanese, anche lui espulso dopo il coinvolgimento nell'inchiesta su Maria Giulia Sergio, alias Fatima.

Chi l'ha tenuto sotto controllo per mesi sottolinea che Aftab si muoveva su un filo sottile. Un intervento era però necessario per evitare il peggio. L'accelerazione sul suo caso - come il giro di vite delle forze dell'ordine che hanno alzato ulteriormente la guardia sul rischio terrorismo - è arrivata dopo i fatti di Nizza e Rouen. Cioè dopo la virata nel modus operandi dell'Isis in Europa. Con «soldati» pronti a fare una strage per aver abbracciato l'ideologia criminale ma svincolati dall'organizzazione in terra siriana.

Il pachistano espulso aveva mostrato una progressiva instabilità. Il suo modo di rendersi disponibile al Califfato era stato quello raccomandato ai combattenti che vivono in uno «stato di polizia», cioè potenzialmente sotto controllo delle autorità. Per loro è previsto un giuramento di fedeltà fatto nell'anonimato. Così il giovane di Vaprio d'Adda studiava i siti della propaganda jihadista passivamente e portava avanti la propria trasformazione ideologica e psicologica. Un'adesione a Daesh coltivata in privato. Ancora più imprevedibile nelle sue manifestazioni cruente e più attraente per gli emulatori.