Soul jazz dai campi profughi Ester Rada canta al Manzoni

«Apertitivo in concerto» domani alle 11 con l'artista israeliana che imita Aretha Franklin ed Eryka Badu

Luca Testoni

Uno dei nomi più significativi della scena soul-jazz israeliana? È la trentunenne cantante di origine etiope Ester Rada. Voce potente e dallo stile eclettico, la protagonista del concerto natalizio targato «Aperitivo in Concerto», in programma domani mattina alle 11 al Teatro Manzoni, ha dalla sua una storia familiare drammatica.

Nel 1984 la sua famiglia, così come migliaia di persone ebree-etiopi, fu costretta a fuggire (a piedi...) dalla madrepatria per poi trovare rifugio in un turbolento campo profughi in Sudan. Da qui, qualche mese dopo, riuscì poi raggiungere Israele grazie a un imponente ponte aereo organizzato dal governo a guida Itzak Shamir. L'anno dopo nacque lei, la piccola Ester, a Kyriat Arba, un un piccolo villaggio appena fuori la città di Hebron, in Cisgiordania.

Da immigata, e per di più in un territorio occupato, Ester Rada ha avuto modo di far convivere diverse anime e culture: quella israeliana, quella etiope, così come quella occidentale. Culture e approcci che si sono per forza di cose riflessi nel suo modo di cantare e di fare musica. Dalla sua ascolti variegati, con una predilezione per le grandi voci del soul tanto del passato (Nina Simone, Ella Fitzgerald, Aretha Franklin) quanto del presente (Eryka Badu, Lauryn Hill e Jill Scott) e, naturalmente, per la musica etiope, sia quella tradizionale sia quella declinata in chiave jazz, sull'esempio del vibrafonista-cantant Mulatu Astaké, da più parti considerato l'inventore del cosiddetto ethio-jazz.

Non c'è da stupirsi che nel suo debutto discografico («Ester Rada», il titolo), la ragazza i cui primi concerti li ha fatti durante il servizio militare di leva nell'esercito israeliano, non abbia esitato a cambiare continuamente direzione musicale (con accenni anche in territori R&B, funk e reggae), anche se ciò che rende le canzoni di Rada davvero speciali è il modo in cui alterna sonorità e voci tipiche della tradizione occidentale a passaggi strumentali che utilizzano le strutture modali di ethio-jazz.

Con lei, sul palcoscenico del Manzoni, ci sarà un affiatato quintetto del quale fanno parte il sassofonista Gal Dahan, il tastierista Lior Romano, il contrabbassista Daniel Spier e il batterista Dan Mayo.