Spaccio, degrado e guerra di rime: il rap dà voce alle periferie di Milano

Non solo J-Ax e Fedez: ecco le "crew" più originali

Anni fa, quando J-Ax e Fedez non avevano ancora fatto il «salto», il ritrovo dei rapper milanesi era il Muretto di San Babila. Oggi lì «ci sono solo i truzzi», dicono nelle crew, e Fedez vive in un attico a City Life. Ma loro, i rapper di strada, non hanno smesso di denunciare in rima. I muretti attorno a cui si trovano sono quelli scrostati delle periferie, da Baggio a Niguarda, quartiere da cui proviene Mondo Marcio. La rabbia è sempre la stessa.

Dopo un periodo di silenzio durato qualche anno, il rap milanese torna a fare la sua parte. E punta il dito contro. Contro la doppia velocità a cui va la città, contro il business della droga, contro le periferie dimenticate. E nei testi ingloba anche qualche novità: affronta il tema dell'immigrazione e usa lo spagnolo contaminato dei latinos e della pandillas. A volte con testi che funzionano, altre volte con scivolate un po' troppo ingenue che scimmiottano in malo modo i rapper americani. L'urlo che si alza dai palazzoni tutti uguali dei quartieri del degrado si rinnova ma resta pungente e non risparmia nessuno, media compresi, accusandoli di parlare delle periferie solo ed esclusivamente per risse, spaccio e violenze.

Los Markinos scrive «Come a Quarto» e descrive Quarto Oggiaro parlando di «pochi ladri, tanti spacciatori, madri al cimitero con i fiori, collaboratori che fanno i nomi». Una sorta di Scampia milanese di cui però non vuole sentir parlar male. Da via dei Cinquecento Josh Mck reppa «Corvetto è»: «Corvetto è periferia, la vita marcia s'avvia, niente alta borghesia. La povertà, amici al campo, vu cumprà, municipale, finanza, è un tatuaggio permanente». Il rapper scrive anche un testo («La casa è un diritto») per denunciare i tempi d'attesa per avere una casa popolare, le madri costrette a cercare un rifugio per i propri figli e a inventarsi una dimora con le occupazioni abusive. Assieme a un'altra autrice, Sista ira, scrive anche «Milano bianca» per denunciare il giro di cocaina che uccide i giovani.

Razza a parte, quartiere Bonola, si definiscono i «Tony Montana di Milano», prendendo a prestito l'immagine di Al Pacino in Scarface. «Bonola è un quartiere di sta c.... di città, non puoi scegliere fra, non puoi scegliere tra, è così che va». Nel video ci sono le piazze deserte, graffiti di denuncia dei writers sui muri, i palazzi, i motorini truccati. Ritmo reggae e atteggiamento studiato al millimetro per la Bn crew, che scrive «Welcome to Baggio». Tema del testo: il fumo. «Lo respiriamo tutti, tanto da cambiare il clima di questa città in rovina» denunciano. La crew di Milano Ovest dà invece il benvenuto «nella Milano West, fra traffici illeciti. Da Bonora a Bovisa fuoco alla divisa, dai palazzoni in piazzetta, la gente scappa in fretta». Più giovani, i rapper di Squarto Gang, scrivono, dai banchi dell'istituto Cardano a Lampugnano, «Vita scolastica» raccontando la loro storia si studenti tutt'altro che modello, che subiscono il richiamo della strada e della periferia. Milano Esotica se la prende con «i vecchi in borghese sulle panchine» e annuncia: «Fratello, ci trovi al Tg5, hanno arrestato la Squarto a bordo della M5». La crew Gioventù bruciata dedica un pezzo a San Vittore e a chi entra ed esce dal carcere. E poi c'è Dargen D'Amico, più elaborato, più famoso, fondatore di un'etichetta indipendente. Definisce ironicamente il suo genere «emo rap» poiché tratta anche di tematiche intimiste. Anche lui parla della città. «Amo Milano perchè quando sorge il sole non se ne accorge nessuno, perché è un giardino degli emirati e siamo tutti immigrati, perché è la capitale morale del commercio immorale». D'Amico se la prende con il Giardino verticale e il quartiere di porta Nuova ceduto a un fondo del Quatar. Ed è proprio lì che abita un altro rapper: il brasiliano Lorenzo Carvalho, famoso anche per aver ospitato Fabrizio Corona durante la sua fuga all'estero da latitante. Un altro che, partito dalle periferie, è finito a vivere nei grattacieli. Ma l'anima più infuocata resta quella del ghetto, dove ancora graffia la voglia di denunciare.