Spot per la vita e preghiere: torna il gruppo anti aborto

«Un giorno è sceso un ragazzo e mi ha detto: che fa questo cartello lì? la mia ragazza è venuta ad abortire ed è scoppiata a piangere. Io gli ho risposto: che fai tu ancora qui? sali e portatela a casa...» racconta l'infermiere Giorgio Celsi. Il manifesto è davanti alla Mangiagalli, si vede dall'anticamera delle sale in cui si praticano gli aborti, ed è una specie di consultorio a cielo aperto (nella foto). «Non fermare il suo cuore. Avrà il tuo sguardo, il tuo cuore e sarà coraggioso, perché tu lo sei» si legge, accanto all'immagine di una mamma con il neonato. Uno spot per le nascite, perché come ben sanno al Centro d'aiuto alla Vita della Mangiagalli, o del Buzzi, molte donne ricorrono all'aborto per disperazione, mancanza di denaro o alternative. Pensano di non avere scelta. Spesso, poi, si portano dentro il trauma per la vita intera.

I volontari dei Cav spiegano loro che le possibilità esistono, i sostegni arrivano. Lo fanno anche i volontari della preghiera, guidati da Giorgio Celsi dell'associazione Ora et labora in difesa della vita, infermiere in ospedale e in piazza, protagonista del colloquio col fidanzato della ragazza in lacrime e di altri simili dialoghi. Il manifesto l'hanno messo lui e il suo gruppo, per offrire speranza alle mamme che vivono la fatica della gravidanza per mille, diversissimi, motivi.

Non solo. Dopo anni di ostracismo deciso dalla Questura nel 2013, a causa di aggressioni alle persone in preghiera, Giorgio e i suoi amici sono stati autorizzati dalla Questura a tornare a pregare in gruppo davanti alla Mangiagalli. Una volta al mese. Martedì scorso erano in quindici: tra di loro un medico, un infermiere e il cappellano, don Norberto Gamba. La prossima volta, il 18 febbraio, è probabile che il gruppo di preghiera si allargherà, anche perché, nel frattempo, nella cappellina dei Santi martiri innocenti della Mangiagalli, ogni mercoledì si riuniscono medici, ostetrici, donne, uomini, a pregare che i bimbi nascano.

Le fatiche non mancano. Giorgio si è preso una torta in faccia e una dose infinita di insulti. Un volontario è stato denunciato da una militante che lo accusava di averlo aggredito: alla fine lei è stata condannata per calunnia. Non è reato sgranare piamente la corona del Rosario.