«Le squadre sono aziende»

Ai tifosi dell’Inter, il nome di Evaristo Beccalossi porta indietro la memoria alla fine degli anni Settanta. Il «Becca» era il genio rivoluzionario di una squadra pragmatica che a San Siro vinse uno scudetto e una coppa Italia nel giro di soltanto tre anni. Eppure è lo stesso ex fantasista bresciano a dire basta con il Meazza. Meglio il nuovo stadio, con gli Sky Box, i negozi e i ristoranti a cinque stelle.
Evaristo, perché è giusto lasciare San Siro?
«Perché i tempi passano e le squadre adesso devono imparare a gestirsi come aziende. Soprattutto in tempi di fair play finanziario. E allora è il momento giusto: abbiamo vinto tutto ultimamente e fare il nostro stadio, con il nostro museo, i nostri trofei e i nostri negozi attirerà tanto pubblico. E riporterà i bimbi allo stadio».
Viva la comodità, allora?
«Sì, la gente vuole mangiare dove fa la spesa e poi magari vedere la partita. È il futuro, la Juve lo ha dimostrato quest’anno. E poi lo stadio ti fa fare anche punti, perché quando hai i tifosi a mezzo metro, ti viene per forza la voglia di correre. Guardate la squadra di Conte».
Fa niente se poi San Siro, la scala del calcio diventa la casa del Milan al 100 per cento?
«A me che ci ho giocato tanto, rode un po’. Purtroppo devo ammetterlo. Ma la vita va avanti, bisogna guardare al futuro. E allora dico: pazienza. Vorrà dire che vinceremo a casa loro, a casa del Milan. Come facciamo già oggi. E poi alla fine che cosa cambia? Sempre San Siro è».
Però Becca: si immagina la sua doppietta in quel derby del 1979 lontano dal Meazza?
«Eh già, era in casa l'Inter, quindi se avessimo avuto già il nostro stadio... Ma erano davvero altri tempi, un altro San Siro. Basti pensare che si sceglieva la metà campo dove attaccare nel primo tempo in base all'erba ghiacciata. E oggi mi parlano di tetto apribile e campi sintetici».