Stefano Galli: un rapporto lungo due millenni

Perché una mostra su Milano e l'acqua? Per il curatore Stefano Galli non si tratta di un'operazione nostalgia, di un tuffo a ritroso in un pozzo dimenticato nel tentativo di rianimare ricordi che altrimenti rischiano di svaporare.

«Vorremmo provare a capire un po' di più il rapporto tra la città, i suoi abitanti e l'elemento acquoreo - spiega Galli nel cataologo che si affianca alla mostra -. Perché usare questo elemento come filo conduttore può aiutarci a rendere manifesti aspetti della città che solo in questo rapporto si svelano. E ancora perché parlare d'acqua a Milano può aiutarci a guardare la storia dal suo punto di vista, quello dell'acqua stessa, tenendo la città sospesa, elemento di sfondo». Un rapporto che in «Milano città d'acqua» viene analizzato per tappe, attraverso le opere che negli anni hanno segnato la crescità sociale ed economica di una metropoli. «Passeggiando per Milano non è infrequente imbattersi in toponimi la cui origine affonda le radici in storie di cui si è persa memoria - spiega Galli -. Le vie Pantano, Laghetto, Ponte Vetero, Pontaccio, Bagnera, Fontana, Vettabbia e Molino delle Armi, per citarne solo alcune, ci riportano a un tempo in cui Milano era ricca di acque e innervata di rigagnoli, cavi, cavetti, rogge, torrenti, canali e Navigli che ne segnavano il profilo. Ancora nel 1888 ne furono conteggiati ben 124. Bisogna risalire indietro di molti secoli però, alla sua fondazione, per capire come Medhelanon si sia dovuta confrontare da subito con il tema delle acque e la necessità di gestirle, convogliarle, sfruttarle. Sorta nella fascia delle sorgive dove l'acqua riaffiora naturalmente fino in superficie, sin dai tempi remoti si segnalò la necessità di doverla incanalare, bonificando un terreno altrimenti impraticabile. Da allora, e per oltre due millenni, il rapporto spesso aspro e conflittuale con l'acqua ha rappresentato un fortissimo tema nella definizione dell'identità cittadina».