"Stockhausen? Era il mio padre spirituale": il presidente del conservatorio lo ricorda

Domani alle 15 il Verdi celebra il compositore a quasi 11 anni dalla morte

Karlheinz Stockhausen, una delle figure centrali della rivoluzione musicale del Novecento. Il Conservatorio di Milano ha deciso di dedicargli un evento per ricordarlo a dieci anni (e mezzo) dalla scomparsa avvenuta il 5 dicembre 2007. L'appuntamento è per domani al Verdi a partire dalle 15. Una giornata di studio aperta dai vertici conservatoriali, ovvero il presidente Ralph Alexander Fassey e il direttore Cristina Frosini; poi la partecipazione di esperti quali Gabriele Manca, Massimiliano Viel e Michele Marelli. L'idea di questo evento, che culmina dalle 20 nel Chiostro con l'esecuzione di una serie di brani scritti dal compositore tedesco (da una «Sonatina per pianoforte» a «Oktophonie», passando per «Klavierstuck VII» che verrà suonato dal pianista Bruno Canino), è stata dello stesso Fassey, per una vita amico e collaboratore come fotografo e traduttore di Stochkausen. «Era il 1971, l'ho conosciuto a Parigi, avevo tredici anni - racconta il presidente del Verdi -. Me lo ha presentato mia madre, Marlies, che era stata sua compagna di liceo a Colonia nel '45». E qui i racconti di Karlheinz ai tempi della guerra: suo padre morto al fronte, la madre deceduta in manicomio, lui sedicenne orfano chiamato a trasportare i feriti sui campi di battaglia. Insomma una giovinezza terribile, segnata, le cui tracce si ritroveranno nelle composizioni, per esempio nel grande ciclo «Licht».

Un rapporto durato ben 35 anni quello con Fassey, che spiega: «Per me era come un padre spirituale. Aveva un carattere molto caloroso e affettuoso. La sua genialità spiccava in ogni momento dell'esistenza. Ed era capace di ascoltare veramente le persone, era molto empatico». Nel privato un capo famiglia e più in generale - continua - al centro di tutto, carismatico, «un leader vero in maniera naturale».

A un certo punto il compositore chiede all'amico di diventare il suo fotografo, lo invita ad aiutarlo a documentare con le immagini e con le traduzioni dei testi le fasi dei lavori operistici da lui firmati, dalle prove al montaggio di un palcoscenico. Obiettivo: creare archivi utili a quanti nel futuro avrebbero voluto portare in scena i suoi lavori. Non voleva lasciare niente al caso, «anche le sue partiture risultano precise in tutto - aggiunge -. Vengono descritti persino i movimenti dei musicisti». Del resto all'epoca non c'erano telecamere né video, per cui un impegno fotografico a futura memoria era necessario. Tra gli episodi Fassey ricorda quando Stockhausen gli chiese cosa volesse al posto del compenso rifiutato dopo un lavoro («niente soldi da un amico...», il presidente): «Gli domandai uno dei suoi manoscritti musicali che erano capolavori grafici, ma non volle perché considerava quegli spartiti come già consegnati alla posterità. Quindi prese un grande foglio, lo stese a terra e davanti a me in un'ora disegnò tutta la melodia del Toro, una delle dodici musiche dell'opera Zodiac». Un regalo custodito gelosamente, un momento che Fassey non dimenticherà mai.