Storia di un set a cielo aperto dove il denaro è protagonista

I rapporti tra la città e la Settima Arte in una mostra aperta da oggi fino a febbraio a Palazzo Morando

L'attrazione fatale per il cinema, Milano l'avvertì subito. Erano i primi del Novecento e quell'arte di raccontare e raccontarsi per immagini, senza troppe parole, un po' com'era nei cromosomi di una città non ancora metropoli, sembrava il suo specchio. Il senso pratico e pragmatico lombardo andava oltre le chiacchiere di un belmondo che di discorsi ne faceva eccome ma di fatti ne combinava pochi. E il denaro a costo zero che Roma offriva lautamente, Milano negava con vigore. Finì che la capitale divenne il fulcro della Settima Arte e il capoluogo nordista il suo set preferito.

Non fu un caso se le parti si ribaltarono quando il cinema prestò le sue macchine da presa alla pubblicità. E nacquero divi. Calimero deve il nome alla chiesa dietro via Santa Sofia dove si sposò il suo creatore, Toni Pagot. Nel giorno più bello della sua vita la trovò agghindata di nero e bianco e il destino volle che tale fosse anche il pulcino. Conquistò il mondo tranne l'America proprio perché era nero. All'epoca - erano gli anni Sessanta della bufera per diritti civili e razzismo - appariva discriminatorio. I libertari States chiusero per sempre le porte a quell'animaletto che li avrebbe ripagati con il suo ritornello. Che ingiustizia, però...

Il neonato più celebre dell'animazione doveva far vendere un detersivo e il senso del matrimonio fra Milano e il cinema sta tutto qui. In una parola. Il denaro. Le ricchezze, più presunte che vere, seminano equivoci tra i sentimenti di Mariuccia e Bruno ne Gli uomini che mascalzoni! (1932) in cui De Sica rese celebre Parlami d'amore Mariù, poi diventata una colonna sonora italiana. Ancora i soldi non cambiano la vita al povero Domenico che ne Il posto (1961) di Ermanno Olmi non riesce a dare una sterzata alla sua vita nemmeno quando ottiene l'ambito lavoro.

Il bottino è il traguardo sognato da quell'esercito di delinquenti che affollano i set di decine di poliziotteschi alla Milano odia: la polizia non può sparare (1974) di Umberto Lenzi. È la stagione dei gangster e del terrorismo, preannunciata dai rapinatori di Lizzani in Banditi a Milano (1968) quattro anni dopo che un Ugo Tognazzi carrierista ne La vita agra era venuto a Milano per vendetta e si era arricchito. Ancora il vil denaro era stato alla base della ben articolata truffa de Lo svitato (1956) in cui Dario Fo viene turlupinato da un editore che gli assegna un'inchiesta su cani misteriosamente spariti per rubargli la fidanzata e i proventi dell'articolo.

Il censo è il tratto che distingue poveri e ricchi nella Milano che precede il boom o lo vive dalla periferia, sposa dello squallore. Rocco e i suoi fratelli (1960) di Luchino Visconti e Io sono l'amore (2009) di Luca Guadagnino sono gli estremi di un panorama frastagliato in cui trova posto pure l'immigrazione. Dapprima fu quella meridionalista di Eduardo in Napoletani a Milano (1953) poi quella di Totò e Peppino nella fin troppo famosa scena del Duomo scambiato per la Scala, perché noio vulevom savuar dove dobbiamo andare per dove dobbiamo andare...

Un materiale immenso, insomma, con un'unica matrice. Il soldo. E una carrellata dei film girati in città danno corpo alla mostra «Milano e il cinema», giocoforza costretta a una scelta brutale nell'immensità dei titoli. In esposizione 155 foto, una trentina di manifesti e spezzoni celebri. Perché Milano non è il cinema, ma il suo set preferito.

«Milano e il cinema» a Palazzo Morando, via S.Andrea 6, da oggi al 10 febbraio. Orari: da martedì a domenica 10-20, giovedì 10-22.30. Biglietto 12 euro.