Strage, i condomini: «Restiamo uniti»

I pm indagano Pellicanò: gesto volontario. Increduli gli inquilini di via Brioschi

Cristina Bassi

I condomini di via Brioschi 65, a quasi due settimane dal disastro di domenica 12 giugno, cercano con fatica di tornare alla normalità. Oggi, increduli, fanno i conti con il pensiero che non avrebbero mai voluto affrontare: a causare l'esplosione che ha ucciso tre persone e quasi distrutto le loro case è stato il gesto volontario di un vicino. Il clima resta quello del primo giorno, di collaborazione e basso profilo. «Ci stiamo leccando le ferite - dicono -. Di sicuro non diamo la caccia al mostro». Ieri la Procura ha inviato un «avviso di accertamenti tecnici non ripetibili» (e avviso di garanzia) a Giuseppe Pellicanò. L'ipotesi di reato formulata dal pm Elio Ramondini e dall'aggiunto Nunzia Gatto è pesantissima: strage. Il pubblicitario 50enne avrebbe cioè provocato la fuga di gas metano che è stata letale non solo alla moglie Micaela Masella ma anche ai giovani Chiara Magnamassa e Riccardo Maglianesi. Sono rimasti gravemente ustionati lo stesso Pallicanò e le figlie di 7 e 11 anni. I tre sono ancora ricoverati al Niguarda. Giuseppe e Micaela attraversavano un momento difficile, si stavano separando. L'uomo era seguito da uno specialista per una forma di depressione.

La Procura ha accertato che anche la fuga di gas, e non solo l'esplosione innescata da una «miccia» che potrebbe essere stato un qualunque gesto domestico, si è verificata in casa Pellicanò. La deflagrazione ha poi investito l'appartamento sempre al terzo piano della coppia di 27enni, che sono stati trovati morti a letto sotto le macerie. Dai calcoli dell'A2a sul contatore è stato ricostruito che il flusso anomalo è cominciato intorno all'una di sabato notte ed è andata avanti fino al momento dello scoppio - pochi minuti prima delle 9 di domenica - al ritmo di 6 metri cubi all'ora. Si tratta di una quantità micidiale, visto che per causare un'esplosione sono sufficienti 1,5 metri cubi l'ora. Alla fine l'appartamento era saturo di circa 47 metri cubi di metano. Questo gas non può uccidere se viene inalato, può al massimo causare stordimento e malessere. È tuttavia altamente infiammabile.

La svolta che ha portato a indagare Pellicanò è stato il ritrovamento in casa sua di un tubo del gas manomesso volontariamente. Per questo gli inquirenti ipotizzano un atto doloso. L'avviso, spiegano, è anche una garanzia nei confronti dell'indagato che potrà nominare un legale e un consulente tecnico per prendere parte agli accertamenti. Questi ultimi sono urgenti, perché il tetto della palazzina si è accartocciato sul piano sventrato e potrebbe crollare da un momento all'altro. Un altro passo dell'indagine, l'interrogatorio del 50enne, è stato rimandato per le sue condizioni ancora gravi. Gli investigatori andranno alla ricerca di tracce biologiche e impronte digitali. Non a largo spettro, com'è naturale considerato che si tratta dell'abitazione di Pellicanò, ma in modo mirato sulle superfici dei componenti manomessi. In particolare sul tubo flessibile in acciaio, si legge nell'avviso, «trovato smontato dal rubinetto a sfera di intercettazione del gas e allacciato al solo piano di cottura cibi». Le verifiche riguarderanno anche eventuali segni di rottura sui raccordi del tubo dovuti all'esplosione, segni o graffi sul dado che fissava il tubo dovuti ad attrezzi usati per smontarlo, tracce o impronte sulle altre parti dell'impianto su cui ci sarebbe stato l'intervento e sugli strumenti che sarebbero stati utilizzati a questo scopo, lo stato di integrità di alcune parti importanti del tubo, la conformità alla legge della valvola del gas. La cucina aveva un sistema salvavita contro le fughe di metano accidentali. L'atto invita anche le persone offese a nominare un consulente per prendere parte a questa fase dell'indagine, che è appunto irripetibile. Le parti coinvolte sono i genitori e la sorella di Micaela, le due bambine, il fratello di Chiara e il padre di Riccardo. Lunedì il conferimento dell'incarico al perito.