Stretta sui controlli in tribunale Ma violare la sicurezza è facile

Sale il livello di attenzione agli ingressi del palazzo Per aggirare la sorveglianza bastano però pochi trucchi

Il giorno dopo è (quasi) come il giorno prima. Ad entrare in tribunale ci si mette un po' più del solito, una lunga coda si è formata all'ingresso principale, i tesserini esibiti dagli avvocati vengono guardati con attenzione, persino a qualche giudice viene chiesto - non senza imbarazzo - di identificarsi. Nei corridoi e alle porte si vedono più carabinieri, ma insomma il nodo della sicurezza è ancora tutto da risolvere. Dalla procura generale è arrivata l'indicazione a stringere le maglie dei controlli. Stando così le cose, però, quello che Claudio Giardiello ha fatto giovedì potrebbe farlo anche oggi. Un documento falso - come quello che sarebbe stato utilizzato dal killer - basterebbe ancora per eludere i controlli. Le falle restano. E a parlare con la vigilanza del tribunale si scopre che basta poco per «bucare» l'edificio. E che in realtà, è già accaduto.

Quattro ingressi - e solo tre con metal detector -, 16 guardie per turno (di cui solo alcune armate) e 5mila persone che in media entrano ogni giorno nel palazzaccio sono i numeri di un sistema precario. Il tribunale è attaccabile, le misure fin qui adottate appaiono deboli. Alcuni dei vigilantes che qui lavorano da anni raccontano di un tribunale permeabile e di piccoli trucchi usati per aggirare la sorveglianza. «Claudio Giardiello non è entrato nel Palazzo di giustizia insieme a me», ha detto ieri l'avvocato Michele Rocchetti, ex difensore dell'imprenditore-assassino. Ma non è impossibile che imputati o testi passino i varchi al seguito dei legali. Soprattutto se in tribunale ci tornano spesso per seguire le udienze, se diventano volti «familiari» agli ingressi. Se, insomma, la consuentudine porta a un naturale abbassamento della guardia. Allo stesso modo, viene spiegato, è successo che per velocizzare i controlli e guadagnare tempo agli ingressi, qualche avvocato si sia accollato la borsa del proprio assistito portandola dentro il palazzo, e con questa anche il rischio del contenuto. E ancora, «avete mai visto una donna senza borsetta? - viene fatto notare -. Ecco, qui capita». La borsetta non c'è prima del metal detector, e ricompare dopo. Non è prassi, certo, ma è capitato. Infine, fino alla tragedia di giovedì era piuttosto usuale che il tesserino da avvocato, giudice, dipendente del tribunale fosse esibito con una certa rapidità (o anche non esibito) e altrettanto velocemente fosse controllato. Su questa «sufficienza» potrebbe aver fatto conto Giardiello, anche se il suo falso documento non è ancora stato trovato. Ma ancora oggi, dopo la stretta sulle verifiche, un falso tesserino (ben fatto) sarebbe sufficiente per passare.

E allora, con ogni probabilità, qualche contromisura dovrà essere studiata. Tornelli e badge elettronici per toghe, avvocati, dipendenti pubblici, guardie penitenziarie e forze dell'ordine. Una buona soluzione a costi relativamente contenuti, ma anche questo potrebbe non bastare. Chi armò vent'anni fa Jimmy Miano, che scaricò una pistola nell'aula bunker di San Vittore contro l'assassino di Francis Turatello? La soluzione forse è che tutti - ma proprio tutti - quelli che entrano nel tribunale passino per scanner e metal detector. Le code, agli ingressi, sarebbero garantite. E in cambio di più sicurezza sarebbero disposti - magistrati, avvocati e tutti quelli che in tribunale ci lavorano - a vivere ogni giorno come se fossero in aeroporto?