Su palazzi o botteghe Le scritte d'autore che raccontano la città

Docente del Politecnico presenta «L'Italia Insegna», viaggio fotografico nella calligrafia dall'800 a oggi

Da Goethe a Stendhal, la storia è ricca di forestieri che gettano uno sguardo originale sull'estetica del nostro Paese lasciando testimonianze irripetibili. Fatti i dovuti accostamenti, è interessante o quantomeno curiosa la ricerca che ha portato uno studioso britannico amante del Belpaese, James Clough, a catalogare un immenso quanto poco esplorato patrimonio iconografico: quello delle insegne. Iscrizioni istituzionali, commerciali, fantasiose e commemorative che in Italia, sostiene Clough nel suo libro «L'Italia Insegna» (ed. Lazidog), rivestono un fascino particolare perchè strettamente legate alla nostra storia artistica e architettonica. Un patrimonio da salvare, sostiene Clough che, nel suo viaggio fotografico tra le scritte della penisola, ha gettato uno sguardo particolarmente attento a Milano, città dove risiede da qualche decennio, insegnando lettering, teoria e storia della tipografia al Politecnico. Il docente cataloga le insegne nostrane secondo una prospettiva storico-estetica, dallo stile ornato ottocentesco alle lettere floreali del Liberty, dalle stentoree iscrizioni degli anni Trenta alle fantasie pittoriche all'ingresso delle osterie. Quel patrimonio è a rischio, avverte il professore londinese, perchè può finire condannato all'oblio assieme alle vecchie botteghe, farmacie e latterie soppiantate dai supermercati. Il libro prende in esame le scritte ottocentesche che, in stile neoclassico, venivano intagliate in metallo sottile e fissate direttamente sul marmo, come nel caso dell'iscrizione in alto sulla Galleria Vittorio Emanuele oppure quella dello stemma sul palazzo della Banca d'Italia. Grande spazio allo stile liberty, vera e propria deregulation del lettering nel settore della grafica, del design e dei caratteri tipografici; ma anche dei supporti che, per la prima volta, vedono introdurre vetro, metallo e piastrelle. Clough cita casi sopravvissuti e non: «Uno dei migliori esempi di insegne in vetro a Milano si trovava in un negozio di parasoli in via Solferino ma purtroppo nel 2011 fu raschiata per un passaggio di proprietà...». Tra le sopravvissute, invece, ecco le scritte gialle «Ingresso» e «Uscita» su piastrelle turchesi dell'Acquario di Milano costruito da Sebastiano Locati. Altro esempio di insegna Liberty, pur meno eccentrica, è l'iscrizione in latino «Pecunia si uti scis ancilla si nescis domina» eseguita intorno agli anni Venti su una casa di via Washington. Ma il Ventennio imminente rivoluzionò il lettering lasciando in città le testimonianze nelle scritte cosiddette architettoniche. La semplicità e il funzionalismo cominciarono a prevalere sugli eccessi decorativi dei primi del secolo, scrive Clough, e allora ecco che gli edifici pubblici - dai trbunali alle stazioni - vennero identificati da eclatanti scritte in rilievo realizzate con lo stesso materiale delle facciate. Le testimonianze più evidenti sono sugli edifici del Piacentini come il palazzo dell'INPS in piazza Missori, il Tribunale, la facciata della Fondazione De Magistris a piazzale Cantore; o ancora, sulla facciata della Camera del Lavoro in corso di Porta Vittoria che sostituì l'originale e politically uncorrect «Sidacati Fascisti Industria». Ma se le insegne del Ventennio fanno parte di un patrimonio intoccabile, ben diversa è la questione relativa alle opere di quei pittori che, dal Dopoguerra a oggi, hanno creato una tradizione artigiana che rischia di scomparire con le sue opere. Tra le fotografie, ecco l'insegna su latta del Cafè del Binari di via Tortona, quella su vetro perfettamente restaurata della Cartoleria Bonvini, quella a lettere ombreggiate di una salumeria di via Lecco, a Porta Venezia.