Sul palco rivive lo spirito degli indiani d'America

Successo per lo spettacolo sioux di danza e percussioni: «La nostra arte si ispira alla natura»

Antonio Bozzo

«Sappiamo che l'Italia è il Paese della bellezza e Milano e una città capace di progettare. La vostra responsabilità sul futuro è alta». Robin Troup, portavoce del gruppo di nativi americani (una volta li chiamavamo sbrigativamente indiani, o pellerossa) in scena al No'hma per la rassegna Premio Internazionale Teatro Nudo di Teresa Pomodoro, è propositivo. Ma mette subito a posto chi ingenuamente pensa che negli Stati Uniti i problemi per le minoranze non esistano più. «Diceva bene Toro Seduto», si sfoga Troup. «Quale accordo fatto con l'uomo bianco hanno rotto i Lakota? Nessuno. Quale accordo è stato rispettato dall'uomo bianco nei confronti dei Lakota? Nessuno. Per l'uomo bianco prevale la logica dell'economia, per noi sono sempre valide le nostre tradizioni. Perciò difendiamo le terre sacre». Uno spettacolo di danze e musica in che modo contribuisce a far conoscere la vostra cultura? «Noi ci ispiriamo alla natura, voi bianchi della natura vi siete dimenticati. Da voi vince la legge dello sfruttamento, anche delle risorse del pianeta, che chiamate progresso. Nel mondo globalizzato abbiamo macchine, telefoni, computer. Ma ci deve essere spazio anche per la nostra cultura, con mille sfumature». Sia Obama sia Trump vi danno dei dispiaceri, vero? «Da Trump non ci aspettavamo nulla di diverso da quel che fa. Ma non ci aspettavamo che Obama, presidente che ha suscitato molte speranze, sostenesse le corporazioni che volevano far passare la pipeline nelle nostre terre sacre. Corporazioni che hanno sostenuto la campagna di Hillary Clinton». Ma in America c'è ancora qualcuno che vi considera come i cattivi dei film western di John Ford? «Ci trovano antichi e pittoreschi. Non c'è vera persecuzione, per fortuna, ma dobbiamo lottare per difendere terre e tradizioni». Che parentela c'è tra la vostra musica e quella occidentale? «In origine tutta la musica è nata in accordo con i suoni naturali, in occidente si è sofisticata, anche troppo. La nostra musica, che ascolterete a Milano, è ancora vicino all'origine. Il flauto simboleggia il vento, il tamburo il tuono, la voce il lampo, e abbiamo strumenti per il cielo e la pioggia. I nostri stessi costumi hanno elementi antichi centinaia d'anni, da prima che l'uomo bianco arrivasse in America».