Sumaya e la questione “velo” non chiarita

La candidata PD non chiarisce però cosa intende col termine “velo islamico”

In una brevissima intervista su Repubblica di ieri, la candidata del PD per le amministrative milanesi, Sumaya Abdel Qader, critica una recente sentenza della Corte Europea che ha dato ragione a un’azienda che aveva vietato il velo (hijab) a una dipendente. Il caso in discussione è quello di Samira Achbita, musulmana che insisteva di poter indossare il hijab mentre lavorava per la società belga G4S Secure Solutions. L’impresa ha risposto licenziandola, in base alla loro politica che impone il divieto di portare segni religiosi, politici e filosofici visibili sul posto di lavoro. Per la Corte Europea il provvedimento non costituisce una discriminazione diretta, poichè si fonda su una regola aziendale generale e non su stereotipi o pregiudizi nei confronti di un credo specifico. Giovedì 25 maggio era emerso un filmato del 2011, pubblicato su YouTube, dove la Abdel Qader illustrava la differenza tra hijab e niqab e affermava: "... non si può essere costrette a portare il velo o il niqab e non si può essere costrette a non portare il velo o il niqab".

Un’iniziativa contro l’allora divieto in Francia di indossare burqa e niqab (entrambi veli integrali, di tradizioni diverse), come viene chiaramente illustrato all’inizio del filmato. Siamo dunque alla medesima questione di cinque anni fa e difatti, qualche giorno addietro, a Sumaya Abdel Qader era stato chiesto, sul proprio account di Facebook, una sua opinione sul velo integrale, alla quale non veniva però fornita una risposta chiara. Nell’intervista di ieri su Repubblica, la Abdel Qader afferma: “Indossare il velo islamico è un diritto: non si tratta di un simbolo religioso, ma di un atto di devozione nei confronti di Dio. Il velo, quando è scelto liberamente, è un patto fra la donna e Dio". E ancora: “Mettersi il velo è una pratica religiosa, che dovrebbe essere garantita dall'ordinamento giuridico a tutela della libertà religiosa. Se vietano il velo, dovrebbero vietare anche la croce dei cristiani…..” La candidata PD non chiarisce però cosa intende col termine “velo islamico”; fa riferimento all’hijab? (il velo che lascia scoperto il viso) o al niqab? (il velo integrale). Eppure, nel filmato di YouTube, Sumaya spiega molto bene la differenza tra i due indumenti.

Una differenza non da poco visto che è legata non soltanto ad interpretazioni dottrinarie precise ma anche a influenze socio-culturali. Il paragone con il crocifisso sembra inoltre strumentale e alquanto fuori luogo, visto che non impedisce, a differenza del niqab o del burqa, il riconoscimento della persona, un aspetto chiaramente legato alla tutela dell’ordine pubblico. Sumaya Abdel Qader parla del velo come di “un patto tra la donna e Dio”, ma la manifestazione pubblica di tali “patti” sono compatibili con uno Stato laico? Insomma, si attendono delucidazioni sulla tipologia di velo alla quale fa riferimento la Abdel Qader, nonché sulle sue posizioni riguardo alla laicità dello Stato, ai matrimoni gay e alle adozioni, in particolare dopo che la candidata PD è stata fotografata a un evento sulla Sharia organizzato presso il centro islamico di Segrate dall’Associazione Imam e Guide Religiose, che aveva recentemente invitato il predicatore antisemita Tariq Swaidan, al quale il Viminale ha negato l’ingresso in Italia.

Commenti
Ritratto di jasper

jasper

Sab, 06/08/2016 - 12:11

Queste t.r.o.i.e. musulmane possono andare mascherate solo a casaccia loro. Qui da noi vanno arrestate immediatamente.

TitoPullo

Ven, 19/08/2016 - 14:38

Sumaya....ma smettila con queste "patacche medievali" che non abbiamo tempo da perdere!

chebarba

Mer, 31/08/2016 - 09:44

La velatura che sia del capo o integrale è moralmente eticamente socialmente politicamente deplorevole. Questo è lapalissiano nonostante i giustificazionismi dei radical chic Non attiene alla manifestazione libera del proprio sentimento religioso poiché nulla con questo ha a che fare come la poligamia. Si tratta di un retaggio sociale arcaico di quelle società o nello specifico tribù primitiva e fortemente sessuata che ai fini della conservazione del “patrimonio economico” e della certezza della discendenza relegano la donna a un ruolo subordinato (tranne alcuni “contentini) di dipendenza psicologica fisica, economica e sociale dall’uomo che le impedisca qualunque tipo di autonomia e indipendenza o banale azione che non incontri il favore di lui.

chebarba

Mer, 31/08/2016 - 09:44

La poesia che ci si vuole intendere nella “scoperta” del corpo di lei è solo la foglia di fico che copre la realtà dei fatti di legami matrimoniali spesso (non sempre) non graditi, di uno stupore che dovrebbe celare la noia della sopraffazione con una poligamia che legittima l’adulterio in legami noiosi e prepotenti con poco amore e rispetto reciproco in modo da dare certezza alla solita discendenza. L’ONU di questo dovrebbe preoccuparsi assieme alle infibulazioni.