Tangenti sulle bonifiche Bufera su Arpa e Regione

Una bufera senza precedenti ieri si scatena sul mondo delle strutture pubbliche che in Lombardia si occupano della tutela dell'Ambiente. Finisce in galera Luigi Pelaggi, il dirigente del ministero dell'Ambiente che negli anni scorsi era il plenipotenziario del governo per la bonfica del sito più inquinato della regione, la ex raffineria Sisas di Pioltello. Ma insieme a Pelaggi, accusato di avere intascato almeno 700mila euro di stecche per chiudere due occhi sulle disinvolture dell'azienda incaricata della bonifica, finiscono nel registro degli indagati una lunga serie di boiardi pubblici come Umberto Benezzoli, direttore generale dell'Arpa, l'agenzia regionale per l'ambiente, e Franco Picco, direttore generale del settore ambiente per la Regione. Tutti sono accusati di avere aiutato a cammuffare i rifiuti speciali provenienti da Pioltello, facendoli passare per rifiuti comuni e consentendo il loro smaltimento in discariche ordinarie in Italia e all'estero.
É l'ultima puntata della decennale vicenda della Sisas, vecchia fabbrica chimica fallita dopo essere stata trasformata in discarica e avere inghiottito altri veleni oltre a quelli tracimati durante le lavorazioni. A ordinare la bonifica dell'area, ferma da tempo, era stata l'Unione Europea, minacciando una sanzione all'Italia da 400 milioni. Ma a quel punto si erano scatenati appetiti di ogni genere. Il ministero dell'Ambiente, retto dal verde Pecoraro Scanio, aveva valutato nell'iperbolica cifra di 120 milioni il costo dell'operazione, e i lavori erano andati al «re delle bonifiche» Giuseppe Grossi, lo stesso poi accusato della falsa bonifica di Santa Giulia. Dopo il fallimento di Grossi, il governo Berlusconi aveva nominato commissario straordinario Giuseppe Pelaggi. E dalla gara d'appalto era uscita vincitrice con un ribasso clamoroso - 36 milioni al posto dei 51 milioni del bando - la Daneco di Francesco Colucci. Oltre al ribasso, c'era un altro motivo che avrebbe dovuto dissuadere dall'affidare l'appalto alla Daneco: l'azienda era allora oggetto di una informativa antimafia da parte della prefettura di Milano.
Ieri scattano sei arresti, firmati dal giudice preliminare Luigi Varanelli. Secondo le indagini dei carabinieri, la Daneco riusciva a stare dentro i costi solo grazie a un sistema bisognoso di grandi complicità: il cambio di classificazione dei rifiuti, che da «nerofumo» veniva rietichettato come rifiuto generico. A certificare il trucco erano i pareri di esperti e di funzionari pubblici, come i vertici dell'Arpa. Una parte prendeva la strada delle discariche dello stesso gruppo Daneco, il resto partiva per le destinazioni più varie. Per imbarcarlo sui treni destinazione Germania serviva anche il via libera delle Fs, e infatti anche due ex dirigenti delle ferrovie sono sotto indagine.
Le accuse contenute nell'ordine di custodia sono traffico illecito di rifiuti, falso collaudo, truffa aggravata, turbativa d'asta. In realtà la modifica delle etichette suirifiuti era già stata in precedenza contestata agli indagati come semplice contravvenzione: ora per la Procura si tratta invece di un delitto. Anche di questo dovrà tenere conto il giudice Caterina Ambrosini che oggi inizierà gli interrogatori degli arrestati.