Tante sedie vuote alla serata commemorativa dello storico segretario del Pci

Non fu facile, in vita, il rapporto di Enrico Berlinguer con Milano: che fu a lungo roccaforte di entrambe le correnti che più duramente si opponevano alla sua politica, da sinistra i filosovietici di Cossutta e da destra i miglioristi di Cervetti e Corbani. E non è facile il rapporto oggi, se si indugia con lo sguardo sulle lunghe sequenze di sedie vuote che martedì sera alla festa del Pd guardavano malinconiche il palco degli oratori al dibattito «Enrico Berlinguer trent'anni dopo», unico evento che la kermesse a Sesto San Giovanni ha dedicato alla figura del segretario del Partito Comunista.

Già che tutto si riducesse al rituale di un dibattito, e che null'altro - in una ricorrenza importante come il trentennale della morte - ricordasse il leader, qualcosa significava. Contestato in vita e rimosso in morte? O più semplicemente abbandonato al suo destino nei libri di storia, in nome di una pacificazione tra le diverse anime del Pd milanese che mal sopporterebbe la presenza nel suo Gotha fondativo di un uomo vissuto in tempi di contrapposizioni frontali?

«Ad ascoltare il dibattito sarà stata una quarantina di persone in tutto», dice Onorio Rosati, a lungo segretario della Camera del lavoro milanese e oggi consigliere regionale. Sul palco, a dire il vero, il menu degli oratori non faceva prevedere asprezze dialettiche: come massimo esponente del Pd era annunciato Roberto Speranza, capogruppo alla Camera, classe 1979, che quando è morto Berlinguer aveva cinque anni e di quella fase politica, delle sue durezze e dei suoi errori, sa al massimo quello che ha letto nei libri di storia; un professore della Bocconi, Edoardo Borruso; e il presidente della fondazione che controlla quel che resta dei beni immobili del vecchio Pci, Franco Cazzaniga. Unico testimone oculare di quegli anni, il vecchio Cervetti. Ma insomma, era difficile, già a leggere il programma, sfuggire alla sensazione che gli organizzatori della festa, preso atto della ineluttabilità dell'omaggio a Berlinguer, avessero tentato in tutti i modi di collocarlo nei terreni morbidi della ricostruzione storiografica, a distanza di sicurezza dalle intemperie dell'agone politico. Perché parlare davvero di Berlinguer vorrebbe dire parlare non solo del compromesso storico e della questione morale ma anche dell'ultimo Berlinguer, quello della contrapposizione frontale, e della catastrofe ai cancelli della Fiat: insomma, ragionare spassionatamente sui torti e le ragioni di quegli anni di scontri.

Eppure era legittimo aspettarsi una partecipazione diversa: almeno in memoria della sofferenza sincera con cui anche a Milano si vissero gli interminabili giorni dell'agonia del segretario del Pci, nel giugno del 1984. Invece, sedie vuote. «L'unico aspetto positivo era la varietà di età dei presenti - racconta Rosati - c'era ovviamente chi veniva dall'esperienza del Pci, ma anche giovani interessati e curiosi». Ma sempre quaranta erano. Mentre si discute se intitolare la festa nazionale dell'Unità al democristiano Alcide De Gasperi, il leader che portò il Pci sopra il trenta per cento viene spedito in soffitta. «E io capisco che ci siano dentro il Pd molti “nativi democratici” - dice Rosati - ma ci sono quelli che vengono dalla Dc attraverso il Partito popolare e la Margherita, come ci sono quelli che vengono dal Pci. Fingere che queste diverse storie non abbiano vissuto un'epoca in cui erano contrapposte servirà alla politica dell'oggi, ma non è rispettoso della storia e della verità».