A teatro come sul set Quelle commedie in «versione cinema»

Il palcoscenico come un set. Oppure come... fuga dal set. Comunque la si veda, è curioso questo giungere a Milano, in contemporanea, di due produzioni teatrali dalla forte impronta «cinematografica». É questo il fil rouge che tiene uniti due titoli che non potrebbero essere più opposti, se non fossero però in qualche modo arditamente complementari. Entrambi in cartellone da questa settimana, sono «Il gioco dell'amore e del caso» al Teatro Manzoni (fino al 17 febbraio) e «Occidente solitario» (fino al 10 febbraio). Una classica commedia degli equivoci scritta nel 1730 da Pierre Carlet de Chambalin de Marivaux in omaggio alla commedia all'italiana e una feroce commedia «nera» scritta da uno degli autori di culto nel West End londinese contemporaneo come l'irlandese Martin McDonagh, già autore del noir cinematografico «In Bruges», realizzato nel 2008 con protagonisti star come Colin Farrell e Ralph Fiennes: due storie opposte, una ottimista e l'altra pessimista, sul senso della felicità (o infelicità) umana. Che essa provenga dall'amore e dell'accettazione dell'altro, o che sia impedita dal materialismo e dal cinismo, entrambe le opere lo sostengono apertamente. Con la differenza che la prima sbocca in una lezione morale, mentre la seconda chiude ogni uscita verso l'ottimismo. Su entrambi i palcoscenici, diversi volti divenuti celebri per ragioni di cinema e fiction, a suggellare un involontario patto. «Il gioco dell'amore e del caso», per la regia di Piero Maccarinelli (adattamento testuale inedito di Giuseppe Manfridi) vede come protagonisti Paolo Briguglia, volto noto per film come «I cento passi» di Marco Tullio Giordana o «Baària» di Giuseppe Tornatore, e Antonia Liskova al suo esordio teatrale, nota per fiction tv di successo come «Tutti pazzi per amore 2». «Portare sul palco questa commedia - spiega il regista - è stata una scommessa: si tratta di un testo poco rappresentato, sempre pensato come mero oggetto accademico. Una storia che ondeggia tra un lato dark e uno rosa, incentrata sulle ansie dell'amore. I due protagonisti sono rampolli dell'alta borghesia destinati a sposarsi per consacrare una fusione societaria tra le famiglie d'appartenenza: rifiutandosi di essere merce di scambio, i due giovani hanno la stessa idea, e cioè quella di scambiarsi il posto con i propri servitori, per studiare il futuro coniuge. La morale, dopo una ridda di equivoci, è che non contano il ceto, il denaro, ma l'uso ponderato di ragione e sentimento».
Una storia molto più dark è invece quella di «Occidente solitario» al Teatro Menotti, per la regia di Juan Diego Puerta Lopez, protagonisti due volti simbolo del nuovo cinema italiano: Claudio Santamaria e Filippo Nigro. I due attori interpretano la guerra dialettica fratricida di due figli appena tornati dal funerale del padre, in un paesino irlandese contemporaneo. Tra di essi, la totale incapacità di comunicare, un passato di rancori, ricatti e vendette, dove l'unica cosa che conti è il denaro e la "roba" da contendersi. «La scoperta - spiega Claudio Santamaria, noto per film come "L'ultimo bacio" di Gabriele Muccino e "Romanzo criminale" di Michele Placido - è che uno dei due fratelli è responsabile della morte del padre, e da qui nasce un ricatto per i soldi dell'assicurazione. Nel paesaggio umano dei due contendenti non c'è spazio per nulla se non per l'odio, che è l'unica via di comunicazione».