Tecnologia e povertà. In mostra il Nepal che non avete mai visto

La storia per immagini del trasporto di pannelli solari nel laboratorio del Cnr a 5mila metri sull'Himalaya

Il lato opaco della luna è il profilo in controluce del progresso. Un tipo che ha molto da apprendere, ma si atteggia a chi dà a vedere di sapere tutto. Invece. Sprazzi di Medioevo mitigano l'arroganza del terzo millennio. Costruzione del futuro. Il muso mite degli yak guarda con distacco e disprezzo quei rettangoli riflettenti. Pezzi di nulla. Per loro. Pannelli performanti per l'uomo del Duemila, incapace però di trasportarli fino a 5mila metri di altitudine. Nel cuore dell'Himalaya. Dove nemmeno gli elicotteri possono volare. E quelli del soccorso sono troppo piccoli.Lo yak ha pelo folto e pelle dura. A tremila metri inizia a stare appena bene. Salendo, respira meglio. Guardò quell'aggeggio, così pigro e inerme. E decise di dargli un passaggio. Verso la piramide. Verso un pezzo d'Italia sotto gli ottomila. Un prisma che dà un tetto ai tecnici del Cnr. Gente che lavora per la Nasa. Studia i ghiacci. Sfida la scienza. Cerca terapie. Immagini dal Nepal prima che la terra si scuotesse. Tremasse. E seminasse distruzioni ai piedi di quelle montagne. Tra le povere cose di chi vive di colori.Lassù, in quel prisma sotto il cielo, andavano cambiate le superfici termiche. Accumulatori d'energia. Una casa per fratello sole. E quei bisonti, usciti da ere dimenticate, si sono messi in marcia. Fino alla vetta. Pazienti. Tenaci. Hanno impiegato tre settimane. Bruciato gli elicotteri. I mosconi d'acciaio hanno gettato la spugna prima di decollare. Loro hanno guadagnato la stima degli sherpa. Là stava uno di noi.

Enrico De Santis è un fotografo di Roma. Un giorno ha preso il Frecciarossa per amore e si è accorto di non essere solo. Quel treno, inventato forse da un Cupido birbante, lo aveva portato dove non avrebbe più traslocato. Si sente milanese di adozione e ha portato con sé ciò che di più caro aveva. Una Nikon D4 e una piccola Fuji. Le stesse che ha messo nello zaino per andare in Nepal. In quella spedizione oltre i 5mila dalla quale in molti sono dovuti tornare indietro. Lui ce l'ha fatta e si è portato a casa oltre duemila scatti. Una cinquantina sono ora in mostra al museo della Scienza e della tecnica. Don't forget Nepal è troppo bella per essere chiusa ed è stata prorogata. «Queste foto - ha scritto De Santis - resteranno vive quanto più saranno spremute. Quanto più saranno viste e pensate. L'emozione di chi guarda sarà il terzo lato del triangolo, quello che trasformerà la fotografia da un semplice incontro a un bacio indimenticabile fra la luce e il tempo».

I clic di De Santis hanno vestito tre pareti. Numero perfetto. Compagno di un itinerario fotografico che sposa sempre tre elementi. La religione. Induista e buddista - che qui non sono in guerra - e cattolica. La società. Uomo, natura selvaggia e tecnologia. Storia di un mistero che continua. Di un attimo che non si cancella. Di un ricordo scolpito in occhi che non dimenticano. Luce di uno sguardo. Raggi di sole. Chiaro di luna. Brillio di stelle. La fotografia, in fondo, è questo. Emozione e ricordo. Parola non detta. Ma eternamente ripetuta in un'emulsione di bianco e nero. E colore. Forme di linguaggio per gli occhi. Sostanza di qualcosa che il tempo attacca ma da cui viene sconfitto. L'ingiallimento e il seppiato profumano d'antan. Aumentano il fascino. Gli anni, vigliacchi, muoiono nell'eternità di uno scatto. Di un viso. Quello che teme solo la lama. Come nella preghiera del Poeta.

Non recidere, forbice, quel voltosolo nella memoria che si sfolla...