Thermae Parkinson a misura di paziente

Flamigni: «Grandi benefici dal punto di vista muscolare e a livello antalgico»

Viviana Persiani

Immerse in un polmone verde di ben 12 ettari, le Terme di Riolo, grazie alla spinta innovativa del direttore sanitario, Andrea Flamigni, sono sempre più di moda.

«Gli operatori delle Terme di Riolo e lo staff medico qualificato - spiega il direttore sanitario - offrono il loro contributo per consentire agli ospiti di godere di una vacanza termale di vero relax, grazie alla presenza di una zona benessere che sfrutta l'acqua salsobromoiodica, dove è possibile essere sottoposti a trattamenti personalizzati e seguire percorsi terapeutici studiati ad hoc».

Come nel «Riolo Thermae Parkinson», ad esempio. Dove, attraverso metodologie complementari integrate, proprio nello splendido complesso delle Terme di Riolo, vengono ottimizzate le cure e i trattamenti per i pazienti ospiti.

«I malati di Parkinson sono soggetti a tremori e spesso perdono l'equilibrio - aggiunge il dottor Andrea Flamigni. Dopodiché, non è semplice per questi pazienti, riallinearsi nello spazio. Grazie alla ricchezza di sali minerali dell'acqua termale, tuttavia, i parkinsoniani possono godere di grandi benefici dal punto di vista muscolare e anche a livello antalgico».

Direttamente nella piscina, immersi nell'acqua terapeutica, così come in assenza di gravità, i pazienti possono svolgere esercizi per correggere le loro posture, senza affaticamento e, nel contempo, possono beneficiare dell'effetto decontratturante.

«Di solito - conclude il medico - lavoriamo a gruppi medio piccoli e omogenei. Oltre alla ginnastica posturale, è possibile seguire la Musicoterapia, la Tangoterapia fino al Nordic Walking, senza trascurare terapie complementari come la Scrittura espressiva. Oltre al lavoro fisico, il progetto prevede anche attività legate al sociale. Spesso i pazienti, sono soggetti a cali di umore con un'involuzione del tono. Le attività che svolgiamo a Riolo Terme rispettano dei protocolli e sono finalizzate a non fare sentire il paziente un emarginato. Il lavoro in gruppo è importante perché i pazienti non si sentano soli e, soprattutto, si sostengano a vicenda».