TIFOSO Sull'altare il gonfalone del Milan vicino a quelli di Regione e Provincia

Su un giardino dell'Eden si aprono le porte di Sant'Ambrogio. Sfolgora il giallo sopra la bara di Enzo Jannacci che si ferma sul piazzale soleggiato, primo raggio dopo giorni e giorni di pioggia, poco prima delle 14.30: l'oro di rose, gerbere, girasoli e gigli bianchi. Tulipani, fiori di pesco e di ciliegio, azalee, ortensie, bocche di leone, bianchi e rosa, sull'altare. Nessun colore predomina perché il volto dei fiori è sacro come la musica. E se Sant'Ambrogio fosse davvero l'Eden, il numero dei fili d'erba forse non supererebbe il folto numero dei presenti in chiesa che assistono al funerale di un «giusto» come dice la prima lettura del rito funebre tratta dal Libro della Sapienza; e la parola fa il giro del tempio: «Sì, era un giusto nel vero senso ebraico del termine» commenta una signora. Dietro l'altare spicca il rosso del gonfalone del Milan, in mezzo a quello della Regione e della Provincia.
La famiglia si riunisce nel primo banco di sinistra. La moglie Giuliana, il figlio Paolo con la moglie Chiara. Paolo Jannacci stringe tra le braccia per quasi tutta la messa la figlioletta Allegra. Sulla sinistra il presidente della Regione, Roberto Maroni, il vicepresidente della Provincia, Novo Umberto Maerna, il sindaco Giuliano Pisapia «che arriva in ritardo e non dovrebbe» commenta Martino Belli, attore. Il rito inizia con cinque minuti d'anticipo sulle 14.45 annunciate. La bara viene accolta sul verso del canto: «L'anima mia ha sete del Dio vivente». Poi per tutto il rito il sapore musicale viene affidato alla voce di Valentina Oriani e alla chitarra di Walter Muto, che eseguono canzoni sacre sudamericane, spagnole, portoghesi come «Il Mantu de Azucenas» e il «Cuando de mi Padrona». Enzo era stato ad un concerto della Oriani a Rimini l'estate scorsa e si era innamorato delle struggenti melodie dal ritmo rinascimentale, volute dagli amici per l'ultimo saluto.
«Tu sei Simone, figlio di Giovanni e ti chiamerai Cefa» una delle frasi più significative del Vangelo, a ricordare che la «giustezza» di un uomo inizia dal nome. Qualsiasi nome abbiamo avuto sulla terra, anche il più celebre come Enzo Jannacci, nel Regno di Cristo il nostro nome sarà «giusto», ovvero equiparato a quello di tutti, perché sono proprio i «tutti» senza nome che ieri hanno versato più lacrime d'amore sul ricordo di un poeta che ha osannato a emarginati e barboni. Però di emarginati e barboni in chiesa non ce n'erano.
Alla comunione, mentre tutti in coda si avvicinano al corpo di Cristo, gli amici di Enzo s'avvicinano al figlio Paolo. I comuni mortali vanno verso Cristo, soprattutto le donne con occhi arrossati; i non comuni preferiscono salutare la famiglia del defunto: Renzo Arbore, Poalo Rossi, Roberto Vecchioni, Morgan, Ombretta Colli. C'è una comunione del sacro e una comunione del mondo: sono uguali? Non c'è risposta alla vera giustizia, quella che non ci compete. Alla fine della comunione due trombe «cantano» una rielaborazione di una canzone di Jannacci, «Vincenzina», e una voce sussurra: «Finalmente», perché la musica di Enzo doveva farsi sentire di più. A messa finita, uno stormo d'amici e conoscenti raggiunge ancora Paolo Jannacci. Andrea Mc Leod, in rappresentanza del Milan. L'abbraccio più lungo è con Massimo Boldi, senza parole. Il più commosso con Fabio Fazio che durante la celebrazione resta in piedi, appoggiato a una colonna. Fazio si scuote, trema, trattiene le lacrime, corre via da una porta laterale. Tutti si avvicinano a Paolo ricordando momenti della vita di Enzo. La bara esce tra gli applausi. Parte dal sagrato. Un uomo grida: «Ciao, Enzo!». Un piccolo anziano commenta: «Aspettami, quando sarà il mio momento. Anzi il nostro. Di tutti».