«Torno sul palco dello Zelig Il cabaret è il primo amore»

L'attore comico debutta in tre date allo storico club di viale Monza. «Qui senti l'emozione del pubblico»

Ferruccio Gattuso

Un rifugio. Come quei luoghi dell'affetto dove ci si reca per trovare risposte quando il rumore e i doveri quotidiani ci sommergono di troppe domande, molte delle quali nemmeno utili. Questo è per Gioele Dix, attore vero, il cabaret. Una dimensione che, soprattutto per lui, ha un nome preciso: Zelig. Non a caso, proprio all'omonimo locale in viale Monza questa sera, domani e giovedì 12 ottobre l'attore milanese è protagonista per tre serate senza titolo (se non il suo nome, che è una garanzia) il cui compito è dare il via alla nuova stagione, la trentunesima per il tempio della risata in città.

Gioele Dix e Zelig, certi amori non finiscono come diceva la canzone?

«Esattamente. A Zelig devo moltissimo. Io sono cresciuto con la prosa, ho studiato alla scuola di un maestro come Franco Parenti, resto molto legato al teatro che porta il suo nome e ho l'onore di salire su quel palcoscenico con diversi spettacoli, anche quest'anno. Ma al cabaret e a Zelig devo il successo di comico, e quella magia del rapporto diretto col pubblico. Nel teatro di prosa lo spettatore è attento, ma inerte. Nel cabaret senti il fiato del pubblico addosso. Per me è importante mantenere questa relazione».

Cosa porterà nel suo show a Zelig?

«Innanzitutto abbiamo dovuto aggiungere all'ultimo una terza data e questo mi fa un enorme piacere. Saranno serate diverse tra loro, diciamo pure a ruota libera. Alternerò classici a novità. Per un comico testare le novità in pubblico è fondamentale. Ogni buon comico sa che non hai la certezza che una battuta funzioni veramente se non l'hai provata davanti alla gente. Se poi queste novità funzioneranno, le porterò a Zelig quando tornerà in tv. Tra i classici, non mancheranno l'automobilista incazzato e il professore argentino».

In questi tempi di navigatore e sensori per il parcheggio di serie, i nervi dell'automobilista sono più tesi del solito?

«Ma naturalmente. Già la voce del navigatore gli risulta insopportabile. Tra quella maschile e quella femminile sceglie la prima, solo perché così la può ricoprire di insulti con più facilità. Figuriamoci quando arriverà l'automobile che si guida da sola. Una cosa inconcepibile».

Dopo Zelig tornerà alla prosa?

«Sì. Per me questo sarà un anno particolarmente intenso: fino a metà gennaio al Teatro Franco Parenti sarò in scena con 'Il Malato Immaginario' di Molière: è il quarto anno di seguito, un vero miracolo. In primavera interpreterò, sempre al Parenti e sempre con la regia di Andrée Ruth Shammah, lo scrittore Jorge Luis Borges in 'Cita A Ciegas (Appuntamento al buio)' dell'argentino Mario Diament. Dopodiché a seguire tornerò con il monologo 'Vorrei essere figlio di un uomo felice', sul tema padre/figli».

Milano resta la sua casa...

«Milano è la mia città. Da giovane irrequieto pensavo sempre a scappare, sognavo Honolulu... Quel sogno un po' mi è restato addosso, ma temo di restarne deluso. Invece di Milano amo tutto, perfino le polveri sottili».