«Torno sul palcoscenico dove mi lanciò Strehler»

Una milanese nel cuore di Milano, quattro anni dopo. Era il 2010 quando Adriana Asti, che qui è nata e ha iniziato a fare teatro, portò al Piccolo un applauditissimo Giorni felici, di Samuel Beckett. E da martedì 20 a domenica 25 l'attrice torna al Grassi, dove ha esordito con Strehler nel '52, con due atti unici al femminile: La voce umana (1930) e Il bell'indifferente (1940) di Jean Cocteau, regia di Benoît Jacquot. L'energia è quella di sempre, l'ironia graffiante. Tanto che ti chiedi per quale incredibile dono divino, una volta là sul palco, sia perfettamente a suo agio, come prescrive Cocteau, nei panni di «una donna anonima, senza brio».
Motivo dominante è la solitudine. Ma parliamo di due solitudini molto diverse...
«Sono due monologhi: La voce umana è una drammatica telefonata fatta da una donna all'amante che l'ha abbandonata. E' una solitudine che può essere di tutti: chi non è mai stato lasciato? Infatti qui Cocteau parla di se stesso, del suo legame con il giovane poeta Jean Desbordes. Quando fu rappresentato la prima volta, tutti sapevano che si parlava di un amore omosessuale, e la cosa fece scandalo. Il bell'indifferente, invece, fu scritto per Edith Piaf e Paul Meurisse, all'epoca suo compagno. La donna parla a un uomo giovane e affascinante, che resta in silenzio (in scena è Mauro Conte). L'atmosfera, però, è molto diversa e più scherzosa. Alla fine della scenata si scopre che l'uomo dorme dietro il giornale!»
Il suo fu un Beckett decisamente minimalista, su precisa scelta del regista Robert Wilson. E questo Cocteau?
«Qui il regista è il francese Benoît Jacquot, molto noto nel cinema, che approda per la prima volta al teatro. Siamo lontani dal minimalismo di Wilson, la scelta è stata completamente diversa, a partire dalla scenografia, che viene sostituita a vista. I due monologhi si susseguono senza altra interruzione che il tempo necessario a cambiare le scene (di Roberto Plate)».
Lei all'inizio non voleva recitare. Fu Strehler a volerla sul palcoscenico...
«Sembra curioso, ma recitare non è mai stato il mio sogno. Da ragazza volevo semplicemente fuggire, andare lontano, vivere una vita avventurosa. Poi iniziai proprio al Piccolo, con Elisabetta d'Inghilterra di Bruckner. Il teatro mi ha preso e non mi ha lasciato più, come il mare per i marinai, o il deserto per i nomadi».
Curiosità: qual era il suo vero sogno nel cassetto?
«Non ne ho e non ne ho mai avuti. Come sto bene quando recito, sono felice anche quando non ho da fare. Eseguo l'ozio in modo straordinario».
Che impressione le fa tornare a Milano?
«Adoro Milano, anche se da anni non fa più parte della mia vita. Non ha la “grande bellezza” sorrentiniana, ma è una città elegante, piena di charme. Qui ho tantissimi ricordi: i primi anni, le suore tedesche dove andavo a scuola, la nebbia… Mi sento ferita quando parlano male di questa città, e purtroppo lo si fa sempre più spesso, è come una moda. Oltretutto qui c'è ancora una tradizione teatrale molto viva».
Lei ha lavorato molto nel cinema, e anche in tv. Perché si vede così poco teatro in televisione?
«Le rispondo con un aneddoto. Anni fa mettemmo in scena Ceneri alle ceneri di Pinter, con lo stesso premio Nobel alla regia, caso più unico che raro. Lo facemmo a Torino, per la Rai, che lo ha ancora in archivio. Che io sappia non è mai andato in onda».