Dalla tradizione al futuro: i 100 nuovi big della moda

C'è l'abito couture di Gianluca Capannolo, che reiventa il macramè con un tessuto tecnico traforato a laser, c'è la borsa Sylvie della giovane italo-brasiliana Paula Cademartori, che rilegge lo stile Liberty e strizza l'occhio ad Anna Piaggi, c'è la «pochette fatale» di Elena Ghisellini che ricrea con la pelle i colori dell'arcobaleno. C'è l'abito «bruco» di Moi Multiple, la maglia origami di Vittorio Branchizio, il bomber intrecciato di Liet Motiv. Sono solo alcuni dei pezzi «cult» creati dagli stilisti italiani del nuovo millennio, quelli che hanno saputo leggere e reinterpretare il dna della moda italiana creando un nuovo linguaggio, e spesso dei nuovi classici. Insomma, i nuovi big del 2000: i nomi che negli ultimi 17 anni sono diventati protagonisti della moda contemporanea (accanto ai colossi del fashion system). La Triennale ne ha messi insieme più di 100 creando un dizionario tridimensionale. Quello che si può percorrere attraverso la mostra «Il nuovo vocabolario della moda italiana», mostra curata da Paola Bertola e Vittorio Linfante che inaugura oggi (fino al 6 marzo), e dedicata a Elio Fiorucci, il geniale stilista scomparso il 20 luglio scorso. Per conoscere i nomi e i percorsi creativi di chi ha riscritto i codici della moda italiana.Ecco allora l'accurata messinscena di un pezzo di storia contemporanea del Made in Italy, a partire dal 1998, anno cruciale che segna il passaggio a un mondo globale interconnesso dal web e alle nuove forme della comunicazione. Gli stilisti e i marchi in mostra sono più di 100: dal prêt-à-porter allo streetwear, dalle calzature agli occhiali, dai bijoux ai cappelli, e ognuno rappresenta una voce di un inedito vocabolario di stile e produttività.Ma perché un vocabolario? «Se da una parte il fatto in Italia è riconosciuto nel mondo come eccellenza, dall'altra è rappresentato da marchi e stilisti affermatisi sino agli anni 90, negando in un certo senso la sua capacità di rigenerazione», spiegano i due curatori. «Eppure, confermando la storica attitudine all'auto-organizzazione italiana, una nuova generazione sta scrivendo da tempo un linguaggio riconfigurato nella moda italiana. Questo grazie alla valorizzazione di risorse accessibili in Italia e scomparse altrove: l'attitudine progettuale diffusa, i patrimoni di cultura materiale, le piccole reti di laboratori, le manifatture periferiche». Tutti temi affrontati nella mostra, che è divisa in tre sezioni, e racconta questi 100 stilisti attraverso dei lemmi come «materia», «dettaglio», «laboratorio». Lemmi che, come spiega la curatrice, «recuperano parole che sono state molto importanti nella generazione del Made in Italy e che oggi tornano ad essere importanti anche per la generazione dei più giovani e di chi ha avviato la propria attività negli ultimi 17 anni».