Una Triennale a tutto art-rock tra ritmi ed elettronica

Questa sera sul palcoscenico il trio dei Blonde Redhead e domani l'esibizione di Arto Lindsay

Invecchiano (talvolta bene) le rockstar della terza età (da Bob Dylan ai Rolling Stones passando per Iggy Pop). E invecchiano anche alcune icone della cosiddetta scena rock alternativa che ha dato lustro a New York, come Blonde Redhead e di Arto Lindsay, guarda caso i due ospiti di scena stasera e domani sera nel Giardino della Triennale nell'ambito di «Tri.P.», nuova rassegna musicale promossa dalla Triennale assieme a Ponderosa Music & Art.

Siamo di fronte ad artisti che hanno spesso incrociato strumenti e idee in quel di Manhattan, la cui forza è sempre stata quella di andare avanti per la propria strada, sperimentando e rischiando di tasca propria, fregandosene delle mode e di ruffianerie varie per avere più visibilità ed entrare a tutti i costi nel «mainstream», nel mondo della musica popolare commerciale. Etichettato agli esordi come «cloni» di Sonic Youth e Fugazi, due band che hanno marchiato a fuoco l'underground rock statunitense tra gli anni Ottanta e Novanta, il trio art-rock dei Blonde Redhead formato dai gemelli Simone e Amedeo Pace (55 anni ad agosto, milanesi di nascita, ma newyorkesi di adozione) e dalla 52enne giapponese di Kyoto Kazu Makino ha dimostrato di avere ottime doti camaleontiche, passando dal noise rock degli esordi al pop-rock elettrico e sognante degli ultimi album. La loro carriera, ormai prossima a festeggiare i primi 25 anni di attività, è stata caratterizzata da una sorta di trasformismo permanente, sempre fatto con estrema classe ed eleganza, che li ha portati in tempi recenti a collaborare anche con l'American Contemporary Music Emsemble. I risultati di quest'ultima collaborazione, che comunque non ha stravolto l'ormai inconfondibile timbro sonoro, si possono ascoltare anche nel recente, malinconico mini album «3 O'Clock».

Camaleontico è un aggettivo che calza a meraviglia anche all'ormai 64enne Arto Lindsay, un musicista dalle mille vite musicali. Già, perché il nostro, figlio di un pastore presbiteriano trasferitosi in Brasile (Arto è infatti cresciuto in Pernmbuco e ora vive a Rio de Janeiro, ndr), è riuscito nella non facile impresa di essere al tempo stesso tra i volti di punta della No Wave, il movimento sperimental-rumorista celebrato sul finire degli anni Settanta da Brian Eno nella raccolta «No New York» e il produttore di «Estrangeiro», forse il miglior disco di sempre di un mostro sacro della musica brasiliana come Caetano Veloso.

Mai domo, per davvero Lindsay, da sempre a suo agio tra sperimentazione e rumorismo rock, canzone d'autore e sonorità brasiliane.

Qualche anno fa eseguì in una chiesa in zona piazza Abbiategrasso a Milano «Noise Mass», la sua personalissima e rumorosa idea di sacro («ma il rumore è l'insieme simultaneo delle note e non la loro negazione», disse qualche tempo fa). Domani sera farà conoscere le ultime nate nel suo ricco canzoniere, al solido sghembo e artistoide, raccolte nell'album «Cuidado Madame».