Uccisa e gettata nel lago Il convivente confessa: «Sono io l'assassino»

Con l'aiuto di un amico il killer si è disfatto del cadavere: lo ha tenuto in casa 4 giorni

Paola Fucilieri

In galera ci sono finiti in due: l'omicida e il suo complice. Sì, perché Mario Marcone, 52enne operatore ecologico e pregiudicato, compagno di Gabriella Fabbiano da oltre un anno e mezzo, ha avuto bisogno di qualcuno che lo aiutasse a nascondere il cadavere di quella donna di 43 anni dall'esistenza complicata che si teneva in casa da ben quattro giorni. Così ha coinvolto già dal 30 novembre - giorno dell'omicidio - un altro pregiudicato, Fabrizio Antonazzo, 60 anni, scansafatiche e avvezzo a trascorrere le ore nei bar.

È molto più sordido e meschino di quanto ci si potesse aspettare, quindi, l'omicidio di Gabriella Fabbiano, ritrovata in un laghetto a Cernusco sul Naviglio il pomeriggio del 5 dicembre. Il presunto assassino, originario di San Severo, in provincia di Foggia, ma residente a Pioltello, ora dovrà rispondere di omicidio, porto abusivo di arma da fuoco e soppressione di cadavere. Il complice abita invece a Cernusco e avrebbe fornito aiuto e supporto all'amico nelle operazioni di occultamento del cadavere della donna. E per questo, oltre che di concorso in soppressione di cadavere e porto abusivo di arma da fuoco, dovrà rispondere anche di favoreggiamento personale.

Un'indagine veloce ma dai risultati non così scontati quella dei carabinieri della compagnia di Cassano d'Adda e dei colleghi del nucleo investigativo di Monza, riuscita anche grazie all'aiuto fondamentale del Ris di Parma: sono stati gli uomini del Reparto investigazioni scientifiche, infatti, che hanno setacciato l'auto e l'abitazione dell'uomo, trovando tracce di sangue riconducibili alla vittima.

La Fabbiani era stata trovata morta nel laghetto, vestita con una tuta da casa, avvolta in un telo di plastica, legato con fili di ferro e cinghie da tapparella e zavorrato con massi di 70 chili. La donna era stata uccisa da un proiettile di una pistola dal piccolo calibro (ancora introvabile) e colpita dietro l' orecchio sinistro.

Le indagini, coordinate dal pm Francesco Cajani e dal procuratore aggiunto Alberto Nobili, si sono indirizzate subito nella sfera privata della morta e Marcone è stato da subito il principale indiziato e, alla fine, ha ammesso parzialmente le sue responsabilità, fornendo però una versione che non convince del tutto gli inquirenti. Ha raccontato infatti di aver ricevuto una visita in casa dalla vittima che con sé aveva un'arma; temendo che la donna potesse usarla contro di lui che avrebbe tentato di disarmarla, innescando così una lite durante la quale sarebbe partito il colpo che l'ha uccisa. Del resto, avrebbe ammesso, quel rapporto era particolarmente burrascoso e le liti erano all'ordine del giorno. Del resto l'uomo, anni fa, aveva tentato di regolare i conti con la ex moglie investendola con l'auto. Un fatto questo che induce gli inquirenti a ritenere più probabile un movente dettato dalla gelosia.

Per tentare di distogliere l'attenzione su di lui, nei giorni scorsi Marcone, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, aveva anche rilasciato dichiarazioni alla stampa e alla tv, gettando discredito sulla vittima. Descrivendola cioè come una donna dal carattere volubile e dalle molte frequentazioni, lasciando intendere che proprio per queste sue scelte di vita si era messa lei stessa in condizione di rischiare. Come a dire che un po' se l'era cercata.

Due anni fa la Fabbiano aveva denunciato una menzogna ai carabinieri, sostenendo di essere stata violentata dall'ex marito - che aveva ottenuto l'affidamento dei figli, proprio nella cava dove è stata ritrovata cadavere. E per farsi proteggere, aveva chiamato proprio Mario Marcone e Fabrizio Antonazzo. I suoi assassini.