«Uccise suo fratello per i problemi in ditta» Ergastolo a imprenditore

Sandro Tromboni condannato per l'omicidio di Luca. Incastrato dall'amante albanese

Cristina Bassi

Ergastolo. È finito con la pena massima il primo processo per i «Caino e Abele» di Rozzano. Un fratello, Luca Tromboni, morto ammazzato con tre colpi di pistola. L'altro, Sandro, condannato per il suo omicidio. Ieri la decisione della Corte d'Assise, con presidente Giovanna Ichino, che ha accolto la richiesta del pm Gaetano Ruta. I giudici hanno stabilito anche un risarcimento provvisionale di 300mila euro a favore della moglie e del figlio minorenne della vittima. L'imputato, per cui i difensori Robert Ranieli e Cesare Cicorella avevano chiesto l'assoluzione, era in aula ad ascoltare il verdetto.

Luca Tromboni, 50 anni, è stato ucciso il 19 marzo 2015. Il 25 gennaio 2016 i carabinieri avevano arrestato con l'accusa di averlo freddato con premeditazione il fratello minore, di 44 anni. All'origine della faida fatale tra fratelli ci sarebbero stati i forti attriti relativi alla conduzione della ditta di famiglia, la Tromboni srl, che produce viti e bulloni e ha una trentina di dipendenti. Proprio nel capannone della fabbrica di via Brenta a Rozzano era stato trovato all'alba del 20 marzo il cadavere dell'imprenditore. Il processo per il delitto è stato un viaggio nella provincia laboriosa e oculata. Nel piccolo mondo di una famiglia - prima i genitori e poi i due figli - che ha fatto della propria azienda una missione, che viveva dentro la fabbrica. In tribunale hanno sfilato i pilastri di quel mondo, come la madre Angiolina, lacerata tra il dolore del figlio ucciso e il timore di dire qualcosa che nuocesse all'altro figlio in carcere.

La Tromboni srl era sempre stata un'impresa sana. Prima della crisi del settore non aveva mai avuto pendenze con le banche. Poi, ha ricostruito il pm, Luca si era allontanato dalla gestione e Sandro aveva accumulato debiti per 800mila euro. Viste le difficoltà economiche il fratello maggiore era tornato e si era ridotto lo stipendio. Da qui le liti con Sandro, cui aveva chiesto di fare lo stesso, e che pare volesse estromettere dall'amministrazione.

In agenda c'era un'assemblea dei soci in cui si sarebbe dovuto decidere il ridimensionamento di Sandro Tromboni. Dalla scena del crimine è sparito, oltre all'arma del delitto che è una pistola calibro 7.65, lo zainetto della vittima. Dentro, la raccomandata con cui Luca imponeva un aut aut al fratello. «Lo considerava un costo eccessivo per l'impresa», ha detto l'avvocato di parte civile. «Movente irrilevante», ha sempre sostenuto la difesa. Che ha proposto alcune ipotesi alternative e altri possibili assassini. In aula si è parlato di contatti con persone poco raccomandabili, debiti di droga, rivali in amore gelosi. Il pm invece aveva insistito su due punti. Dipingendo l'imputato come persona avida che non voleva rinunciare alla bella vita che si era concesso. Da una parte il «falso alibi» dello jogging fatto la sera dell'omicidio in un altro capannone, confezionato con interventi ad hoc sul sistema d'allarme. Poi la testimonianza dell'amante di Sandro, una 28enne albanese. Sapeva, prima che l'autopsia lo rivelasse, che i colpi di pistola erano stati tre e non due come invece era sembrato a un primo esame. Chi, si era chiesto Ruta, ha potuto dirglielo se non il killer? Non prima di averle chiesto, prudente, di togliere le batterie dai cellulari. «Lo avevano già scritto alcuni giornali», ribattevano gli avvocati difensori. Che ieri hanno ribadito: «Arma del delitto e zainetto non sono mai stati trovati. Che fine hanno fatto? All'accusa manca la prova regina». I giudici si sono convinti del contrario.