Un'installazione sulle nostalgie di De Chirico

La prima mostra italiana di Marc Chaimowicz riparte dalle intuizioni della Metafisica

Marta Calcagno Baldini

«Maybe Metafisica» è il titolo della mostra che ha aperto ieri alla Triennale di Milano e prosegue fino all'8 gennaio. Si tratta della prima personale in un'istituzione pubblica italiana di Marc Camille Chaimowicz, artista dall'atteggiamento discreto e schivo nato a Parigi nel Dopoguerra. Un nome lungo e altisonante per il pittore, performer e creatore di ambienti, di sculture e installazioni, francese, ma che vive in Inghilterra. Un nome che crea una certa forma di distanza, come del resto il titolo della mostra: l'invito è però quello di lasciarsi andare superando le prime riserve, e entrare nella sola sala della Triennale in cui è esposto Chaimowicz. Il quadro di Giorgio de Chirico «Il Figliuol prodigo» (1973) accoglie i visitatori e vuole essere una sorta di chiave di lettura proposta da Eva Fabbris, che cura la mostra, e Edoardo Bonaspetti, curatore di Triennale Arte: «Chaimowicz è un artista visionario dice la Fabbris-, e lo abbiamo voluto porre in dialogo diretto con i Bagni Misteriosi e in generale tutta l'opera di De Chirico, e anche con l'intero palazzo della Triennale di Giovanni Muzio». Il quadro è come una sorta di «benvenuto» che il museo rivolge all'artista, museo per cui Chaimowicz ha anche creato alcune opere ad hoc in occasione della mostra, quali i vasi in ceramica, realizzati dalla Fonderia Artistica Battaglia, di Milano, e le sculture in bronzo, opera della Bottega di Faenza: «penso che questo artista sia perfetto per l'anima della Triennale dice Bonaspetti-, ecco perché ho voluto invitarlo e ho proposto a Eva Fabbris di curare la mostra: non m'interessa portare in Triennale mostre preconfezionate». Girando tra le sculture in legno, di forme astratte e di varie dimensioni (come gli «Arches», del 1975 e rifatti nel 2016), o guardando uno ad uno i disegni, raffinati e delicati, come esplorando l'installazione «A Wonderful Alchemy», si avverte lo stesso senso di distanza che ispirano il titolo della mostra e il nome dell'artista.