Università, tre preti di strada sono diventati anche dottori

Don Ciotti, don Colmegna e don Rigoldi premiati alla Statale per l'impegno verso i più deboli. In platea il presidente del Senato

Don Gino, don Virginio e don Luigi. Sono la «meglio gioventù» che si laurea all'Università Statale e l'anagrafe non c'entra, perché se non fossero quelli che sono, cioè motivati fin dai precordi, sarebbero già tutti pensionati. Invece è la meglio gioventù del rettore, Gianluca Vago, fiero di questi studenti che si sono perfezionati lontani dalle volte a crociera di via Festa del Perdono. Li chiamano «preti di strada» i neo dottori don Gino Rigoldi, don Virginio Colmegna e don Luigi Ciotti, che hanno inaugurato l'anno accademico ricevendo la laurea honoris causa in Comunicazione pubblica e d'impresa.

Fanno tenerezza, perché si vede (lo dicono anche, ciascuno a suo modo) che ricevere questo alto riconoscimento li commuove. Sono amici. «Siamo un noi» dice uno dei tre. Per esempio Don Ciotti («l'unica vera laurea che ho è in scienze confuse») e Don Rigoldi («non sono un buonista, il mio modello è Gesù che rovesciava i tavoli e un paio di volte l'hanno pure preso a sassate»). Si sono incontrati nei primi anni 70. «Don Gino l'ho conosciuto con un maiale» racconta don Ciotti, che era già un eroe della carità con il suo Gruppo Abele. Al carcere minorile di Torino, il Ferrante Aporti, arrivò don Gino, da poco cappellano del Beccaria, in cerca di aiuto per dare aiuto. Più tardi don Rigoldi aveva bisogno di sostegno per la sua prima comunità. «Mi regalarono dei prosciutti e glieli diedi» ricorda il fondatore di Libera, noto anche per l'impegno in Lila, negli anni in cui l'aids sembrava una peste invincibile.

Don Ciotti e don Virginio Colmegna sono diventati amici negli anni '80. Merito del cardinal Martini e della Cooperativa Lotta contro l'emarginazione e poi di una realtà potente come la Casa della Carità, che dalla periferia di Crescenzago (dove è nato don Gino, ecco un altro intreccio di amorosi segni) «provvede agli sprovveduti», secondo il mandato ricevuto dal vescovo Carlo Maria. Da dieci anni ogni giorno in fondo a via Padova bussano torme di sprovveduti. «I poveri non hanno bisogno di falso pietismo, hanno bisogno di giustizia, il diritto di essere ascoltati e persino di dare risposte originali per il bene di tutta la collettività» è la prima lezione del dottor Colmegna.

Inutile dire che con tipi così la cerimonia è anche denuncia. «Le mafie non sono un mondo a parte, sono un mondo tra di noi, usiamo le antenne» si scalda don Ciotti, che con Libera ha portato via beni e terreni ai boss. Li ha toccati nella roba , lo sfregio più grande. E loro lo hanno minacciato e gli hanno incendiato gli uliveti. Ma lui è felice che i giovani vogliono lo stesso questi terreni, perché - proprio come lui - non hanno più paura. Il parterre è delle grandi occasioni, molti politici di cui il più illustre è il presidente del Senato, Piero Grasso. È una lezione da ripassare anche per lui quando don Ciotti dice: «I poteri legali che si muovono illegalmente sono il vero problema».

La laudatio è affidata a un emozionato Nando Dalla Chiesa, che sottolinea il valore economico di quel che questi signori preti hanno fondato. «Il Gruppo Abele, Libera, la Casa della Carità sono imprese sociali come le intendeva Schumpeter». Sviluppo, capacità di produrre e innovare. Ancora: «Sono preti di strada ma anche di lettura e ragionamenti complessi». Loro si fanno piccoli: «Non siamo preti di strada, tutti i preti sono di strada, perché la strada è il Vangelo». Ma sono contenti di questo modo di dire che è di essere: preti di strada, preti di trincea. Come si dice oggi, preti di periferia.