Usa, creati 271mila posti: stretta Fed ora più vicina

La città funziona per un tessuto sano di imprese, università e cultura. Il suo «motore» sono i milanesi

Rodolfo PariettiUn falco come James Bullard, numero uno della Federal Reserve di St. Louis, non ha alcun dubbio: «Le probabilità di una fine della politica del tasso zero sono cresciute», ha sentenziato. Ma perfino Charles Evans (Fed di Chicago), tra le più note colombe di Eccles Building, sembra essersi arreso dopo aver visto l'ultimo report del Department of Labour: «I numeri sull'occupazione sono molto buoni». Al punto che Evans è ora «aperto a un rialzo dei tassi in dicembre». A sgretolarne la finora granitica convinzione sull'inopportunità di una stretta, giusto un paio di numeri: il calo, in ottobre, del tasso di disoccupazione al 5%, dal precedente 5,1%, il livello più basso dall'aprile 2008 (cioè prima della crisi dei mutui subprime); e, soprattutto, i nuovi impieghi, con gli analisti che si aspettavano 180mila posti, mentre in realtà ne sono stati creati 271mila, l'incremento maggiore dal dicembre 2014. C'è però un'altra cifra che sicuramente non sarà sfuggita alla Fed: ovvero, la crescita dei salari del 2,5% su base annua. Era dal luglio del 2009 che il passo dei payroll non era così sostenuto. Ciò potrebbe far pensare che quello che fino a poco tempo fa era un vero miraggio, ovvero un'inflazione in avvicinamento verso il target del 2% annuo, possa diventare un obiettivo realistico che liberebbe le mani alla banca centrale Usa. Buone notizie, così come il migliorato grado di fiducia che si intravvede nel minor numero di coloro che hanno smesso di cercare un posto (i cosiddetti scoraggiati) e di quelli part-time convinti che non diventeranno mai a tempo pieno: la percentuale è scesa a ottobre al 9,8%, il minimo dal maggio 2008, dal 10% di settembre. Naturalmente, c'è anche il rovescio della medaglia: negli ultimi 38 anni non era mai stato così basso il livello della partecipazione della forza lavoro, ovvero della quota di americani occupati o in cerca di un impiego, caduto ai minimi in 38 anni, ovvero al 62,4 per cento. Se la Casa Bianca ancora non è del tutto soddisfatta («Bisogna comunque compiere ulteriori passi per creare posti di lavoro e velocizzare la crescita dei salari»), per i mercati c'è già quanto basta per emettere il verdetto: il mese prossimo, Janet Yellen e il suo staff alzeranno, per la prima volta dal 2006, il costo del denaro. Immediata la reazione dei mercati, con le probabilità di una stretta indicate dai Fed Funds balzate al 70% dal 58%, mentre il dollaro ha costretto l'euro alla ritirata (a quota 1,0715), il petrolio è calato a New York a 44,29 dollari il barile e a Londra a 47,80 dollari e l'oro è scivolato sotto i 1.100 dollari l'oncia. Più incerta Wall Street, al contrario delle Borse europee che hanno sostanzialmente ignorato i dati sull'occupazione.

Ci sono frasi che ricorrono e poi diventano una moda. Però sembrano come sottovuoto, si fa fatica a pesarle. Poco tempo fa, per cavarsi d'impaccio, a molti bastava «metterci la faccia». Bastava quello. Poi però dietro a quel modo di dire c'era poco o nulla. In questi giorni nella polemica nata sulla eterna disputa tra Milano e Roma si discute tanto del «modello Milano». Che non è l'eterna differenza tra due culture e due modi di vivere. Milano efficiente, Roma meno? Milano privata, Roma Pubblica? Milano con le aziende, Roma con i ministeri? Più o meno luoghi comuni. Come dire che a Milano c'è sempre la nebbia e a Roma invece... Per dare un senso al significato, a cosa sia il «modello Milano», bisogna partire da un postulato. Milano è diventata un modello non per merito di Pisapia, della Moratti o di chi è venuto prima di loro o verrà dopo. Milano è un modello culturale, imprenditoriale, sociale prima che politico. E, per dirla tutta, si può anche dire che Milano è un modello a prescindere dalla politica e nonostante la politica.

La sinistra sul «modello Milano» ora un po' ci marcia. Come se il merito di una città che va a velocità doppia rispetto alle altre città si potesse colorare di rosso, di arancione o di arcobaleno. Non è un fatto di colori. Milano è vicino all'Europa come cantava Lucio Dalla perché è piazza Affari, perché è la città dove oggi nascono più start-up che altrove, perché ci sono Università che sono state capaci di mantenere la scia di chi andava più veloce e perché c'è una storia di impresa e di uomini di impresa che nonostante crisi e cambiamenti non è mai venuta meno. Senza bisogno di far nomi. Milano è la Fiera, il Salone del Mobile che c'è da sempre ed è Milano per questi sei mesi Expo che però, a ben vedere, non lo hanno portato qui Pisapia, Renzi e compagni che ora si affannano a prendersene i meriti. Anzi all'inizio non lo volevano proprio, all'inizio fu proprio il sindaco di Milano a firmare un appello per fermare quell'«assurdo luna park» sul sito di Rho. Poi evidentemente ha cambiato opinione.

Ma Milano è anche e da sempre l'impresa e la piccola impresa, sono gli artigiani che questa giunta ha sfinito di tasse, è la voglia di fare senza aspettare. Il modello Milano è la storia di questa città che ha sempre fatto la differenza. È la volontà di «pedalare» senza piangersi addosso. Ma poco c'entra con le piste ciclabili, con la mobilità dolce di cui questa giunta si fa vanto. E poco c'entra anche con l'accoglienza tanto sbandierata, ma anche parecchio mal gestita. La città è cresciuta, è diventata più frizzante, è ripartita come si affannano un po' tutti a sottolineare. Ma bisognerebbe fermarsi qui. Prenderne atto. Invece si tende a sottolineare meriti e demeriti. Si tende sempre a dire che prima era peggio e poi meno male che tutto è cambiato. Senza ammettere che tante cose sono cambiate proprio perché «prima» qualcuno ci ha pensato, ha cominciato l'opera e ha messo le basi a progetti che poi negli anni hanno visto la luce. Così sono cambiati i quartieri, così è cambiata la vecchia Fiera, così Milano anche urbanisticamente ha tenuto il passo. Non sono cambiate le periferie. Quelle no. Sono rimaste le zone dimenticate che sono sempre state e negli ultimi anni con le difficoltà dell'integrazione che non si fa solo con convegni e proclami, forse anche peggiorate. Il modello Milano è anche questo ma, al di là delle promesse, nessuno se ne ricorda quasi mai. Neppure quella sinistra un po' «chic» che vive nella cerchia e che racconta in questi quattro anni di aver cambiato la città.