Una via a Valentino Mazzola l'eroe del Grande Torino

Dopo l'intitolazione a Herrera ieri quella al campione morto insieme ai compagni nella tragedia di Superga

Stavolta non litigheranno, milanisti e interisti, come quando pochi giorni fa il Comune ha intitolato un giardino a Helenio Herrera, e i rossoneri si indignarono: e perché a Nereo Rocco neanche un'aiuola? Da questa mattina, una traversa di via Piranesi porta il nome di Valentino Mazzola, calciatore: che sarà anche stato il papà dell'interista Sandro, ma in vita era il capitano del Torino e una bandiera della Nazionale. Un mito condiviso, scolpito nella tragedia del fuoco di Superga. Non è mai invecchiato, Valentino, giovane e bello per sempre come tutti gli eroi: e di lui non si conoscono le rughe, ma lo sguardo serio da giovane uomo, i capelli biondo rossicci pettinati all'indietro come solo i barbieri degli anni Quaranta sapevano fare.

S'avvicina il settantesimo anniversario dell'incidente aereo che nel '49 inghiottì il Grande Torino di ritorno da una trasferta a Lisbona. Mazzola aveva appena compiuto trent'anni, e da pochi giorni a Vienna si era sposato con una bella ragazza di nome Giuseppina, punto d'approdo di una vicenda matrimoniale dolorosa e complessa di cui nell'Italia bigotta del dopoguerra ufficialmente non si parlava: a differenza di quanto toccò anni dopo a un campionissimo come Fausto Coppi, la cui crisi coniugale dominò a lungo le pagine dei rotocalchi.

La storia di Mazzola invece scivolò sotto traccia, in linea col personaggio: asciutto, quasi taciturno. D'altronde la via che si è inaugurata ieri non ricorda solo un grande attaccante, ma anche un esponente quasi esemplare di quella generazione che sbarcò verso la maturità negli anni della dittatura e della guerra. A lui, nato a Cassano d'Adda da una famiglia del popolo, la vita non aveva fatto sconti. E quando grazie al calcio aveva messo la testa fuori dalla povertà, le origini non dovettero pesare poco: «Mio padre non sapeva né leggere né scrivere - raccontò anni fa suo figlio Sandro - così quando lo presero al Venezia giocava in serie A e intanto andava a scuola con i ragazzini per imparare l'italiano».

A sbarcare nel mondo del calcio, il giovane Mazzola si era d'altronde deciso con fatica: e anche questo fa parte in fondo della concretezza cui i tempi avevano costretto la sua generazione. I primi a chiamarlo, dopo averlo adocchiato, erano stati quelli del Milan: ma lui, che in contemporanea aveva ricevuto una offerta per un posto di meccanico all'Alfa Romeo, optò con risolutezza per la fabbrica. «È stato molto meglio - disse poi - aver scelto l'Alfa Romeo: se fossi andato al Milano (all'epoca, per volere del regime, il nome era stato italianizzato, ndr) avrei percepito lo stipendio, allora assai notevole, di cento lire mensili e non avrei lavorato. Meglio assai lavorare: con l'ozio c'era il pericolo di rovinare la mia passione, veramente sana, per il calcio e per la mia carriera». Basterebbero queste parole a fargli meritare il nome sulla targa che da ieri sta all'angolo della via. Ma forse come didascalia, sotto «Valentino Mazzola, 1919-1949» sarebbe stato più giusto: «calciatore e meccanico».

All'inaugurazione ieri c'erano ieri il figlio Sandro («non sono mai stato così emozionato») e ovviamente il presidente del Torino Urbano Cairo. Ma il ricordo migliore sarebbe stato quello dell'arcirivale Gianpiero Boniperti: «Se devo pensare al calciatore più utile a una squadra, a quello da ingaggiare assolutamente, non penso a Pelè o a Maradona. Penso a Mazzola».