Una vendetta attesa per vent'anni

«Bacia la mano che vuoi mordere». Un vecchio motto malavitoso, a suo modo carico di saggezza: se hai deciso di ammazzare qualcuno devi stargli vicino, essere ossequiente, dimostrare in ogni modo che i vecchi rancori sono cosa del passato. In modo che tenga la guardia abbassata, e al momento giusto sia più facile colpirlo.
Diceva così, Antonino Benfante, quando i suoi amici si stupivano per la sua rinnovata amicizia con il clan Tatone. Ma come, gli dicevano, vi odiate da vent'anni, e tu adesso sei sempre a casa loro, mangi alla loro tavola, mostri rispetto. «Bacia la mano che vuoi mordere», rispondeva Benfante. Da mesi, almeno dall'agosto scorso, Benfante «baciava la mano». A mamma Rosa, la matriarca dei Tatone, e di conseguenza ai suoi figli che aveva già deciso di uccidere. Dentro di sè, aveva già deciso che era il momento di saldare i conti.
Adesso che il noir di Quarto Oggiaro è risolto (o almeno è risolta la sua prima parte, l'esecuzione materiale: perché è presto per dire che non ci sia dietro dell'altro), e che l'ammazzamento dei due fratelli Tatone e del povero, incolpevole Paolo Simone ha una sua spiegazione, l'attenzione si sposta di colpo. Dal quartiere all'assassino. Da Quarto Oggiaro a lui, Benfante. Perché è sicuro che le cause da cui scaturiscono questi delitti hanno le sue radici nel quartiere, nelle sue dinamiche criminali che si trascinano da decenni. Ma è altrettanto sicuro che qui c'entra anche la psicologia criminale: la mentalità di un uomo che ha passato tutta la sua vita nel mondo della mala, e metà di essa in quel microcosmo che è il carcere, con i suoi ritmi e i suoi riti. E dove uno come Benfante è, alla fine, in qualche modo a suo agio. Solo così, con l'indifferenza verso il rischio di tornare in galera, si spiega la sfacciataggine con cui ha ucciso i Tatone, e soprattutto quella con cui nei giorni successivi, nei luoghi dello spaccio, arringava il popolo dei pusher: «Adesso ci sono io». Quasi una rivendicazione pubblica.
La conquista del mercato della droga era però un corollario, un benefit collaterale: non il vero movente. Tutto nasce da uno sgarro: ed è uno sgarro che si perde nella notte dei tempi. 1992, più di vent'anni fa. Quando, a ben guardare, aveva cominciato lui: fu uno degli uomini di Belfante a cercare di ammazzare Pasquale Tatone, e il fatto che poco dopo Benfante rischiasse di lasciare la pelle sotto i colpi di un gregario dei Tatone era sembrato solo un pareggiamento dei conti. Ma per Benfante, evidentemente, non era così. Solo lui sa quanto il Parkinson che gli fa tremare gli arti abbia influito sulla sua scelta di chiudere ora il conto ai Tatone. Avrà pensato: ormai non ho niente da perdere, e mi tolgo l'ultima soddisfazione?
Oggi Benfante verrà interrogato, e può essere che qualche spiegazione la voglia dare. Ma per inquadrare davvero quanto è accaduto, prima o poi dovrà trovare risposta una domanda più complessa: visto che a Quarto Oggiaro non comandano nè lui nè i Tatone, ha chiesto il permesso di ammazzarli a chi comanda davvero?