«Vendicò la sua bambina: ho filmato una storia vera»

Parla il regista di «In nome di mia figlia» che domani sarà in anteprima all'Arianteo

Stefano Giani

Ancora un uomo. O meglio, due. Ancora una storia che riemerge dagli archivi giudiziari. Stavolta, a differenza di L'enquête e Présumé coupable, una storia che sconvolge per le emozioni. In nome di mia figlia è l'ultimo lavoro di Vincent Garenq che oggi si affaccia fuori dalla Francia forse per la prima volta. Il regista è a Milano per l'anteprima di domani all'Arianteo e in uscita giovedì. Poi sugli schermi tedeschi. La Germania è direttamente coinvolta nelle vicende perché il protagonista francese, Andrè Bamberski (Daniel Auteuil), è alle prese con un medico interpretato da Sebastian Koch, lo spiato de Le vite degli altri, sospettato e poi condannato per aver sedato la figlia di Bamberski e averne abusato, provocandone la morte.

Ancora un uomo...

«È un caso vero e mi ha sconvolto. Quando ho letto il libro e la vendetta di quel padre mai domo nel mandare in prigione l'assassino della figlia, mi sono chiesto se, al suo posto, sarei stato capace di trovare forza e costanza per rendere giustizia ai fatti e alla ragazza. Sono un genitore anch'io».

Le situazioni estreme danno a chiunque un coraggio insospettabile.

«Ma quella guerra è durata trent'anni. Non facile sostenerla senza abbattersi. La Germania tutela i suoi cittadini anche se sono colpevoli».

E voi francesi non avete feeling con i tedeschi.

«Sono una nazione che facilmente mostra i muscoli e tende a imporsi sugli altri».

Oggi chi è Bamberski.

«Un ottuagenario sereno in pace con se stesso e la memoria della sua bambina».

Ha visto il film...

«Gli è piaciuto. Temeva di ritrovarsi in veste melodrammatica. È stato felice di constatare che così non è stato».

«In nome di mia figlia» è molto sincopato. Tante cesure e stacchi. Una tecnica di montaggio difficile. Perché.

«Volevo dare l'impressione dello scorrere del tempo. Quei tre decenni indicano quanto intensa sia stata la battaglia di un uomo che ha combattuto contro tutti. Perfino con l'ex moglie, madre di quella figlia uccisa».

Quanto è costato.

«Oltre sette milioni di euro».

E ha attori notissimi.

«Koch era sotto contratto con noi. Poi lo ha chiamato Spielberg per Il ponte delle spie e lui mi ha chiesto il permesso di girarlo. Altrimenti avrebbe rifiutato. Ho acconsentito. Ma devo dire che i tedeschi, con i loro difetti, sono gente corretta».