Verdi, ruvido filantropo così architettava il bene

«Se non ci sarà una Provvidenza dall'Alto o dal basso una volta o l'altra succederanno guai gravissimi. Se fossi al Governo non penserei al partito, al bianco, al rosso, al nero, penserei al pane da mangiare». Non è un commento alla cronaca dei nostri giorni, ma un monito di Giuseppe Verdi, anno Domini 1878.
Passato quasi un Ventennio dall'agognata Unità d'Italia, Verdi vedeva chiaro che i governi post-unitari si accanivano con dazi e balzelli mentre le plebi rurali, senza salario né cure mediche, erano costrette ad emigrare. Non rimase con le mani in mano. Assoldò mano d'opera locale anche se non era necessario, e costruì un Ospedale modello a Villanova sull'Arda, evitando ai malati e agli infermi penosi viaggi a fino a Cremona o Piacenza. Non è mai superfluo ricordare la lungimiranza del suo pensiero e la sobrietà con cui la sua «paterna mano» giunse ai sofferenti, ai disagiati, ai bisognosi, agli amici in disgrazia, per tramite dei suoi fidati editori Ricordi.
Sappiamo che volle post mortem garantire una dignitosa assistenza a quanti avevano lavorato in teatro ed erano rimasti indigenti. La sua risposta fu la Casa di Riposo (per tutti i milanesi Casa Verdi), edificata interamente a sue spese: per il progetto Verdi si affidò a Camillo Boito, fratello di quell'Arrigo che era stato librettista del Simon Boccanegra e di Otello, e lo sarebbe stato di Falstaff . Si erge salda in Piazza Buonarroti, dove agli ospiti speciali oggi si mescolano studenti di conservatorio fuori sede, meritevoli di una loro «casa» meneghina. Un libro quanto mai azzeccato, «Verdi architetto» (edito da Allemandi), ci ricorda tutte queste cose, attraverso una serie di fotografie di Francesco Maria Colombo, che sono visibili al pubblico fino al 2 marzo in una mostra allestita dal Comune al Museo del Risorgimento in via Borgonuovo.
Colombo ha ritratto i tre luoghi dove Verdi si è trasformato in architetto di opere di bene (mutuiamo questa definizione dal titolo di un saggio accluso, informato ed elegante, di Alessandro Turba). Ci sono il meraviglioso «bosco» e la casa di Villa Verdi a Sant'Agata, fermati sotto una neve degna delle foreste oltremontane; il busto dell'Autore che, spalle all'Ospedale di Villanuova, rimira i suoi campi, aperti a perdita d'occhio; ci sono le stanze e la cripta di Casa Verdi dove i Coniugi riposano sotto le volte mosaicate su sapienti disegni di Lodovico Pogliaghi. Le immagini sono accompagnate da succinte descrizioni di illustri testimoni d'epoca, l'editore Giulio Ricordi e il librettista di Aida, Antonio Ghislanzoni. Questi riassume quanto Colombo ci mostra: le boscaglie e il laghetto «tortuoso e maliconico ritraggono l'indole appassionata dell'artista, la coltura dell'ampia campagna sembra invece riflettere la mente ordinata dell'uomo, quel criterio pratico e positivo che nel Verdi si trova accoppiato, caso più unico che raro, a una fantasia esuberante, a un temperamento vivace e irritabile».
Architetture che parlano di un Uomo, elegante figlio di contadini, asciutto fino alla ruvidità, nemico della carità pelosa. «Che differenza fra Verdi e certi altri grandi, la cui modestia morbosa è un segnale di infinita superbia e di smodata ambizione», ricordava l'attrice Emma Ivon, ammirata dal diniego opposto dal Maestro a che gli fosse intitolato il Teatro Pagliano di Firenze. Sottoscriviamo.