"Vi racconto Leonardo un pessimo pittore che inventò il futuro"

Dopo Caravaggio, il critico mette in scena il Genio di Vinci: "Un geniale fannullone"

Quando hai di fronte Vittorio Sgarbi sai che il taccuino ti si riempirà, ma sai anche che dovrai fare un arduo slalom tra le verità, i voli pindarici, le provocazioni dialetticamente ordite in modo così perfetto che finisci per credere, come sostiene lui nel foyer dl Teatro Manzoni, che «Leonardo Da Vinci mi sta antipatico, e per di più era un pessimo pittore». Provati a ripetere le medesime cose, e non è escluso che lui stesso magari ti ricopra di insulti. C'è chi può e chi non può e, per capirci, «il mio è solo un punto di vista, certo. Ma dire le cose meglio di me è difficile». Insomma, benvenuti all'ultimo spettacolo - che è poi lectio magistralis involontaria - di Vittorio Sgarbi, dal titolo Leonardo, in cartellone al Teatro Manzoni dal 19 al 24 marzo (ore 20.45, domenica ore 15.30, ingresso 39.25 euro, info 02.76.36.901).

Professor Sgarbi, l'avrebbe mai detto che la sua avventura teatrale, dopo quel primo fortunato Caravaggio, sarebbe proseguita?

«Guardi, io avevo dubbi già a partire da quella prima esperienza. Non che non avessi fatto teatro prima: ero andato in scena con Dino Sarti più di trent'anni fa. In questo caso, però, si trattava di parlare di arte. Alla fine, con 'Caravaggio' io e il fido produttore Valntino Corvino, uno che prima perdeva tempo portando in teatro gente come Travaglio e Augias, abbiamo fatto duecentocinquanta date. La scorsa stagione 'Michelangelo' ha avuto un buon successo. L'anno prossimo siamo già con la testa su Raffaello».

Ma davvero Leonardo pittore non le piace? O fa il furbo, come nella sua espressione in locandina, dove sostituisce il mitico sorriso della Gioconda?

«Cominciamo col dire che quel sorriso era bello, sì, ma non cela alcun mistero. Il mio spettacolo smonta qualsiasi mistero sulla pittura di Leonardo. Non dimentichiamo che lui è l'artista che dipinge a secco il Cenacolo su di un muro e lo condanna alla rovina di oggi. Ma, certo, Leonardo sa che la pittura è l'arte più vicina a Dio. Fa una pittura ideale, crea personaggi che non appartengono a questo mondo e in questo, sì, lui cerca di essere Dio. A volerla dire tutta non era un granché nemmeno come scultore».

E dunque, nel cinquecentenario della morte di Leonardo, vuole dirci qualcosa di buono si di lui?

«Il genio di Leonardo sta nelle cose di cui nello spettacolo non parlo: la speculazione da vero fannullone, ma anche la creazione di macchine, il suo talento d'architetto. Lui fu il primo a capire che l'Uomo avrebbe vissuto ricoperto di protesi, per vivere meglio. Le armi, gli oggetti, i veicoli. E noi, oggi, con lo smart phone sempre dietro, gli diamo ragione a secoli di distanza».

Cosa dobbiamo cercare, dunque, nella pittura di Leonardo?

«Leonardo ci dice, con la sa pittura, che Dio esiste e che è dentro di noi. La sua pittura è un avvicinamento ideale e teorico a Dio».

Qual è il segreto delle sue lezioni d'arte trasformate in spettacolo?

«Arte e racconto sono linguaggi. Le immagini possono raccontare, ma non dicono. Io provo a dare parole alle immagini, perché vedere è un conto, capire un altro. Il logos serve all'immagine. Certo, forse io sono arbitrario nelle mie analisi, ma a quanto pare ciò che dico piace. Le opere del Rinascimento, poi, richiedono una spiegazione, non sono come le immagini chiare di Modigliani, Klimt o Van Gogh: quelle piacciono in modo immediato».