«Vi racconto come sono diventata la moglie di un don»

Cesare ha cinquantaquattro anni, è un ex bancario in pensione. E da ieri è anche diacono permanente, ordinato dall'arcivescovo Angelo Scola con una cerimonia solenne in Duomo. Con lui altri sei, nati tra il 1951 e il 1962, con le attività professionali più svariate: assicuratore, impiegato, artigiano, operatore sanitario, imprenditore, ingegnere. «La mia gratitudine va anche alle vostre mogli e ai vostri figli che con libera decisione accompagnano questa vostra impegnativa scelta» li ha salutati dal pulpito il cardinale.
Già, perché una delle caratteristiche di questi assistenti al sacerdozio, impegnati in numerose opere delle parrocchie e non solo, è di poter essere sposati. Proprio come Cesare Bandera, marito di Annunziata, 54 anni, e padre di Francesca (33), Cristina (28) e Daniele (21), coniuge che la moglie ha «ceduto» part time al servizio della Chiesa.
«Quando il parroco ha deciso di proporgli di diventare diacono permanente, prima ha chiesto il mio consenso. Quando ho detto «va bene», si è rivolto a lui, che ha accettato. Cesare è sempre stato impegnato in parrocchia, col catechismo, come ministro straordinario dell'Eucaristia, come incaricato della Caritas» racconta la signora Annunziata, anche lei molto attiva nella vita della Chiesa. Racconta con un po' di amarezza: «I miei figli in questo non ci hanno seguito... Mi dispiace, anche se sono convinta che ognuno ha il suo cammino e il suo tempo di maturazione».
Ieri, subito dopo l'ordinazione, Cesare è andato come al solito a portare la Comunione agli ammalati. Poi è corso nella sua chiesa di Velasca di Vimercate per la Messa del pomeriggio. Giornata molto intensa. Ha predicato l'omelia, un altro dei compiti specifici del diacono permanente. Come spiega don Giuseppe Como, responsabile dei diaconi della Diocesi, «la loro caratteristica è imitare Gesù Cristo in modo particolare nel servizio». Sull'altare li si può riconoscere dalla fascia trasversale: assistono il vescovo e i sacerdoti nella celebrazione della Messa. Possono battezzare, celebrare il rito del matrimonio e i funerali (senza Messa). Possono leggere il Vangelo e dire l'omelia. Si impegnano nella catechesi di giovani coppie e nella preparazione ai sacramenti. Sono attivi nella carità: guidano la Caritas parrocchiale, aiutano i cappellani in ospedale o nelle case di riposo o molte altre cose ancora.
È stato il Concilio Vaticano II a far rinascere in Occidente questo istituto che fa parte della storia più antica della Chiesa e che col tempo era andato perduto. «In un grado inferiore della gerarchia stanno i diaconi, ai quali sono imposte le mani “non per il sacerdozio, ma per il servizio”» si legge in un documento conciliare. Nella diocesi di Milano i sono tornati nel 1987, su iniziativa dell'allora arcivescovo Carlo Maria Martini. Sono in tutto centoventicinque e possono essere celibi o sposati. «Non sono qualcosa di meno del prete e non servono a sostituire la mancanza di preti - sottolinea con passione don Giuseppe Como -. Al contrario, i preti nel passato si erano assunti molti compiti non propri proprio perché mancava la figura del diacono. Il suo ritorno aiuta a ristabilire i giusti ruoli. Noi, per evitare di fare confusione, cerchiamo di non utilizzare per loro neppure il termine don...».
Per alcuni, se celibi, il diaconato permanente può essere anche il primo passo del sacerdozio. Ma questa è tutta un'altra storia.