Video inneggianti all'Isis: condannato

Il marocchino sconterà 2 anni e 4 mesi. In città era assiduo del Leoncavallo

Invano il suo difensore Sandro Clementi ha cercato di convincere i giudici che quei post pubblicati su Facebook erano «libera manifestazione del pensiero», e che c'è una differenza tra opinioni, «anche riprovevoli» e reati. Per la Corte d'assise, i messaggi di violenza che Omar Nmichi lanciava nell'oceano dei social network erano invece crimini belli e buoni, pura propaganda della violenza terrorista della jihad. Per questo, il 34enne marocchino viene condannato a due anni e quattro mesi di carcere. Appena avrà scontato la pena, verrà espulso dal paese. Lui, chiuso nella gabbia, prende la condanna con un mezzo sorriso. D'altronde nella sua requisitoria il pm Paola Pirotta aveva spiegato come in carcere il giovanotto non sia affatto intimidito, e anzi - stando ai rapporti della polizia penitenziaria - continui a fregarsene delle regole.

Nmichi era finito in cella un anno fa, su richiesta della Procura di Perugia, nella retata di un gruppetto di diffusori via Internet del verbo integralista: poi il processo contro di lui era stato spostato a Milano, perchè qui il marocchino avea casa, relazioni ed affari. E, come si è scoperto durante le udienze, si era ambientato nei giri dell'ultrasinistra, diventando un frequentatore del centro sociale «Leoncavallo» di via Watteau. Lo ha raccontato lui stesso, durate l'interrogatorio in aula: «Per me il Leoncavallo era un bel posto ha riferito dove bere, ascoltare buona musica e socializzare». Quanto ai nove messaggi inquietanti pubblicati nell'arco di dieci mesi su Facebook, ha cercato di minimizzare: «Ho condiviso quei messaggi solo per curiosità, le mie azioni sono state male interpretate».

Nella sua requisitoria il pm Pirotta aveva ricordato come la rete di estremisti con cui era in contatto Nmichi fosse tutt'altro che innocua. E come tra i video pubblicati ce ne fossero di brutali: come quello che inneggiava all'uccisione di un pilota giordano, catturato dall'Isis e arso vivo in una gabbia, o quello in cui dei bambini irreggimentati sotto le bandiere nere del Califfato venivano addestrati a distruggere computer e altri simboli della civiltà occidentale. Per i reati di apologia di delitto e istigazione a delinquere il pm aveva chiesto tre anni e mezzo di carcere. La Corte d'assise lo dichiara colpevole ma alleggerisce un po' il conto.

LF