Vigevano, patria di calzature e piatti di pesce in pianura

Tra il castello e Palazzo Ducale che oggi ospita il museo della scarpa, i ristoranti offrono menu di mare e carne

Roberto Perrone

Vigevano è una di quelle città a cui ci si lega prima di averle visitate. Merito del potere evocativo della letteratura e del cinema. Abbiamo attraversato piazza Ducale decine di volte, con Antonio Mombelli, Il maestro di Vigevano raccontato da Lucio Mastronardi, interpretato da Alberto Sordi nel film di Elio Petri. Ma poi bisogna andare di persona, perché Vigevano racconta tante storie, anche golose, come piace a noi. Vigevano è stata «la capitale della scarpa» (qui sorse il primo stabilimento calzaturiero italiano, 1866) e soprattutto «la città ducale» che raggiunse il massimo splendore sotto i Visconti e gli Sforza, residenza dei signori di Milano e importante centro commerciale dove si lavoravano panni di seta e lino. Ci fermiamo alla pasticceria Dante per una robusta colazione con il Dolceriso del Moro, fatto preparare, nella primavera del 1491, nelle cucine del Castello, da Beatrice d'Este, raffinata moglie di Ludovico Maria Sforza. La signora voleva un dolce speciale per il «signor suo consorte».

Attorno a una delle piazze più belle d'Italia, si stende la città ideale di Ludovico il Moro, che si può ammirare dalla torre del Bramante. A lavorare su questa idea il Duca chiamò anche Leonardo da Vinci, le cui impronte sono molteplici e affascinanti. La visita al Castello è un'avventura, 70mila metri quadri di superficie, di cui 25mila di coperture, più i 36mila di cortile. Costruito tra il 1345 e la fine del Quattrocento, questo spettacolare complesso raggiunse il suo splendore con il terzetto Ludovico-Bramante-Leonardo. Indimenticabile una passeggiata tra prato e giardini, o la visita alla Cavallerizza e alle Scuderie o all'antica Falconiera. All'interno dell'area del Castello si svolgono eventi, mostre, concerti. E dentro le mura del palazzo è stato allestito anche il Museo della Calzatura in cui arte e storia, artigianato e fascino vanno a braccetto. Dalla «pianella» di Beatrice d'Este al tacco di Marylin Monroe, dalla babbuccia papale allo scarponcino con le ghette del Duce. Dall'altro lato della piazza c'è il Duomo con la facciata concava voluta dal Vescovo Caramuel nel 1680 che modificò l'assetto della piazza, non senza polemiche.

Se abbiamo onorato il tour, un po' di riposo, per un aperitivo rinforzato, è più che meritato. Ci accomodiamo a uno dei tavolini del rinato Caffè Commercio, storica (1862) insegna citata più volte da Mastronardi, dove nel secolo scorso potevamo incontrare il maestro Toscanini.

Per il pranzo un tavolo ci attende all'Oca Ciuca. Proprio a ridosso della piazza, nei locali che ospitavano un ospizio per anziani prelati in pensione (spesso forzata), ecco un ristorante, bistrot e bottega dove trovare rifugio goloso: tagliere con salumi pregiati d'oca, paté su pan brioche, ravioli d'oca al burro e riduzione di nocciola tostata, stinco di maialino al latte, chutney di cipolla rossa all'arancia.

Sulla strada del leonardesco Mulino di Mora Bassa, tappa alla pasticceria Dolce Vita per un rifornimento delle speciali praline «Passione rossa» dal nome del Buttafuoco chinato, ottenuto dall'infusione dello storico rosso dell'Oltrepò con erbe officinali, china calissaia, radici e spezie. Una prelibatezza per intenditori. Come il Mulino che ospita la mostra permanente delle «Macchine di Leonardo» ed è testimonianza dell'ingegno del maestro di Vinci.

Sulla strada del gran finale ai Castagni, ci fermiamo al salumificio l'Oca Ducale che continua la tradizione del salame d'oca risalente al 1200. Una consuetudine derivata della cucina ebraica. Diverse le interpretazioni: salame cotto tradizionale, cotto d'oca, salame di fegato d'oca cotto, soppressata d'oca, galantina d'oca, ciccioli dell'oca ducale. Eccoci infine in uno dei migliori ristoranti della pianura lombarda, i Castagni di Enrico Gerli. Dove la città cede il passo alla campagna, seguiamo le proposte di un cuoco capace di avvolgere i sapori di terra e mare con la sua personale creatività: la testa del manzo, carpaccio di testina e guancia di vitellone bollite spalmato di bagnetto verde, animelle e lingua croccanti; risotto di Carnaroli San Massimo alla curcuma e curry con porro verza e zucca,m antecatura di gorgonzola cremoso; salmone biologico marinato nel whisky, servito tiepido, capesante alla piastra, zuppa di lattuga. Chiusura ducale.