A Villa Arconati la chitarra virtuosa di George Benson

Ci sono volti della musica che si trasformano in icone: una, sicuramente, è quello di George Benson. Difficile immaginarsi il chitarrista originario di Hills District, il quartiere afroamericano di Pittsburgh, in atteggiamento diverso da quello che lo vede su un palco, saldamente ancorato alla sua sei corde Ibanez, in stato di quasi trance con gli occhi chiusi sul mondo ma ben aperti sulle sue note. Poi, quando il diluvio di musica è finito, l'ampio sorriso che sa di fortuna, talento e successo. Il virtuoso chitarrista americano - che oggi ha raggiunto le settantuno primavere - torna in Italia, sul palco del Festival di Villa Arconati, domani sera (ore 21.30, ingresso 31-28 euro, info 800.47.47.47) in un concerto che vuole essere, oltre che una cavalcata tra successi vecchi e nuovi della sua carriera, anche un tributo a uno storico nome dello smooth- jazz Usa, Nat King Cole.
L'ultimo album sfornato da George Benson, ancora nel 2013, è infatti «Inspiration – A Tribute To Nat King Cole» e proprio da questa tracklist il chitarrista nero trarrà linfa per il live nel quale, come peraltro avvenuto nelle versioni in studio, i brani raffinati e easy listening di Cole si trasformano in arrangiamenti più complessi, scritti da Benson insieme a Nelson Riddle e alla Henry Mancini Institute Orchestra. Facile immaginarsi, accanto a questa «monografia», benefiche sbandate nel repertorio storico del virtuoso chitarrista, uno che in cinque decenni di carriera musicale ha saputo – astutamente, e qualche «purista» sostiene: troppo astutamente – alternare e avvicinare pericolosamente hits commerciali di chiara colorazione dance al jazz più sofisticato. Fisime da critici e da appassionati un po' talebani: la buona regola dei grandi musicisti resta sempre quella secondo cui la musica è un territorio lussureggiante affollato di bellezza che sarebbe criminale non cogliere. Esiste solo la buona e la cattiva musica, e in effetti hits funky dal successo mondiale come «Give Me The Night», o brani di culto come «On Broadway», stanno lì a dimostrare che George Benson, dal suo esordio asulle scene (il primo album a 21 anni, «The New Boss Guitar», talent-scout la vecchia volpe John Hammond), ha saputo vagare dal jazz, al pop, dal soul al funky ai brani da musical senza mai tradire la qualità e, anzi, avvicinando al jazz tipi di pubblico «alieno». Cresciuto sui dischi di Wes Montgomery, Charlie Christian e Charlie Parker, George Benson ha sfoggiato da subito due «pistole» infallibili al suo cinturone di killer musicale: una straordinaria capacità chitarristica (la prima chitarra gliela costruì il padre: non aveva i soldi per comprarsene una «seria») e un'ottima voce, talvolta unite in intricati e travolgenti «duetti» ritmici in quella particolare tecnica jazz che è lo «scat». Tra le collaborazioni illustri di Benson, quelle con Jack McDuff e Lonnie Smith, con la superstar della tromba Miles Davis (il dittatore che lo tormentava chiedendogli ossessivamente «voglio sapere a cosa pensi quando suoni») e con quella delle tastiere Herbie Hancock. Nel 1976, con lo straordinario successo dell'album «Breezin'», il conseguente singolo «This Masquerade» e i Grammy Award che piovvero in sequenza, George Benson seppe una buona volte per tutte che la musica gli avrebbe risolto tutti i problemi: «La musica mi ha salvato dalle gang di quartiere», disse una volta. Meglio dietro una sei corde che dietro le sbarre, questo è poco ma sicuro.