"Violenta e seducente. Porto in scena l'anima di Caravaggio"

Il regista e attore Cesare Capitani debutta con la piéce che ha riempito le sale parigine

«Mi farebbe piacere che Sgarbi venisse a vedere lo spettacolo. L'ho cercato. Mi ha risposto, attraverso l'ufficio stampa, che pure lui porta Michelangelo Merisi in teatro. Lo so. Pazienza, d'altronde io sono Davide, lui Golia». Non ricordiamo a Cesare Capitani che il piccolo Davide vinse; perché non c'è acrimonia nelle sue parole, si sente che gli farebbe davvero piacere se Vittorio Sgarbi apparisse al Parenti. In una sera dal 21 al 26 novembre, quando il regista e attore Capitani (italiano, uscito dalla prestigiosa scuola del Piccolo, parigino da qualche anno) sarà in scena con Io, Caravaggio, ispirato al romanzo di Dominique Fernandez La course à l'abîme. L'abisso è la vita tumultuosa del pittore nato a Milano nel 1571 - ma originario di un paese della Bergamasca, appunto Caravaggio - e morto nel 1610, forse assassinato, su una spiaggia del litorale laziale, o a Porto Ercole, ancora si dibatte sul luogo. Dal battesimo alla fine, una storia fatta di genialità artistica, fughe negli stati italiani, protezioni d'alto rango, frequentazioni della canaglia, un omicidio, la condanna a morte. «Michelangelo Merisi è il prototipo del genio sregolato, che confonde la vita con l'arte. Mi ha sempre affascinato. Poi, letta la biografia romanzata di Fernandez, ho deciso, nel 2010, di trarne uno spettacolo: in francese, per il Festival di Avignon», dice Capitani. «In scena siamo in due, io e Laetitia Favart. Lo spettacolo ha grande forza visiva, come se i quadri di Caravaggio prendessero vita. Io ne racconto la tormentata genesi. Al Parenti arrivo con la 480esima replica, la prima in Italia, e voglio scoprire cosa significa raccontare un genio della pittura nella città natale». Caravaggio uomo dilaniato, creatura degli eccessi. Somiglia a Pasolini, dicono. «Sì, non è un riferimento artificioso. È morto su una spiaggia, come Pasolini. E come il poeta di Casarsa, era omosessuale, o almeno bisessuale. Entrambi, poi, avevano un rapporto stretto e tutto personale con la Chiesa». Caravaggio, ricorda Capitani, «ha avuto un successo clamoroso in Francia. Anche con repliche in italiano, a dispetto di chi non ci credeva. C'è una spiegazione: l'autore di dipinti immortali, che mettono sulla tela la verità carnale del genere umano - i suoi modelli erano prostitute, ladri, assassini -, è amato in Francia come pochi altri artisti. È molto conosciuto anche Pasolini».

Non resta, suggeriamo a Capitani, che fare uno spettacolo su Pasolini. «Perché no? O su Galileo, anch'egli idolo dei francesi, che oltretutto visse negli anni di Caravaggio. Pare che i due si siano incontrati». La fragilità del violento Caravaggio ha conquistato Capitani, attratto da luci e ombre dell'animo umano, che l'aggettivo «caravaggesco» ben descrive. Peccato che Sgarbi non faccia un salto a vedere il lavoro al Parenti, anche se non sono escluse sorprese: la fama di spettacolo ben fatto, rispettoso di una lettura artistica che tiene conto di analisi classiche (quella di Roberto Longhi, su tutte), potrebbe tentare il critico più temuto. Giovedì 23, per chi ama la cultura di Francia, «Io, Caravaggio» andrà in scena in versione filologica, in lingua francese.