Violenze, paura e omertà: «Il prete abusò dei detenuti»

Andrebbero lette per intero, le carte dell'inchiesta su don Alberto Barin, il cappellano del carcere di San Vittore per il quale ieri la Procura della Repubblica ha chiesto quattordici anni e otto mesi di carcere per violenza sessuale aggravata e continuata. Una pena pesante, ma non più di tanto se la si divide per i dodici episodi di stupro ai danni di detenuti contestati al prete. Il prossimo 4 febbraio il difensore del cappellano farà la sua arringa, e finalmente si capirà quale sia la linea difensiva di Barin; il 21 arriverà la sentenza. Quale che sia il verdetto, una certezza c'è già: i rapporti ravvicinati tra il cappellano e i detenuti non sono una perversione isolata, ma un pezzo di una realtà poco raccontata di quella malabolgia che è San Vittore. Dove, nel sovraffollamento ormai cronico, la violenza sessuale, lo scambio coatto di corpi, fanno parte purtroppo della quotidianità. Le carte dell'indagine raccontano che a San Vittore ci sono detenuti trasformati in oggetto sessuale alla mercè dei compagni di raggio. Uno (e forse più di uno) dei detenuti che hanno denunciato don Barin hanno raccontato di avere subito violenza anche da altri ospiti della «casanza» di piazza Filangieri.
Ed è possibile che su questo si baserà la linea difensiva del cappellano: che per gli episodi che non potrà negare potrebbe cercare di ricondurre tutto a una forma sordida di prostituzione, dove i detenuti acconsentivano agli incontri con lui in cambio di beni di consumo, o di piccoli favori, raccomandazioni. Ma nella requisitoria con cui ieri i pubblici ministeri Daniela Cento e Lucia Minutella hanno ricostruito uno dopo l'altro gli episodi, i luoghi, le modalità, a don Barin viene comunque contestata una colpa imperdonabile: avere abusato del suo ruolo, approfittando della desolazione, della disperazione quotidiana con cui il suo ministero lo metteva a contatto. Per questo va colpito con una pena esemplare.
Non tutti i detenuti individuati dalla Procura come vittime del cappellano si sono costituiti parte civile contro di lui, e chissà se è stata una scelta del tutto libera da condizionamenti. D'altronde ieri viene acquisita agli atti una lettera che la dice lunga sul clima che ha accompagnato questa indagine: è una delle presunte vittime, che davanti ai pm aveva accusato il prete, e che poi davanti al giudice preliminare aveva ritrattato tutto. Ora invece scrive che era tutto vero, e che solo per paura si era rimangiato le accuse. Non è l'unica traccia di omertà che si trova nelle carte. Nella prima fase delle indagini, quando a interrogarlo era la polizia penitenziaria, uno dei detenuti-vittime aveva negato di avere subìto alcuna violenza, e solo quando si era trovato finalmente davanti al pubblico ministero aveva raccontato quanto accadeva dentro le mura del carcere. Le violenze di don Barin, secondo i pm, sono proseguite per quattro lunghi anni, dal 2008 al 2012. Come è stato possibile che nessuno parlasse?