Vivian Maier, la Mary Poppins dello scatto

Vivian Maier era Mary Poppins, con una Rolleiflex al posto dell'ombrello. Era una tata inquietante e crudele come quelle di certi film in seconda serata. Era una donna curiosa, sfuggente e maniacale tanto da riempire stanze intere di giornali e oggetti inutili che raccoglieva ovunque. Era insondabile il suo mistero. E sarebbe scomparso con lei se nel 2007 John Maloof non avesse ritrovato il suo immenso archivio riconsegnandolo alla storia. Il caso appassionante di Vivian Maier ha in breve conquistato il mondo e ora viene raccontato a Milano da una mostra imperdibile inaugurata ieri da Forma Meravigli.Il percorso espositivo, curato da Anne Morin e Alessandra Mauro, raccoglie 120 fotografie in bianco e nero realizzate tra gli anni Cinquanta e Settanta, oltre a una selezione di immagini a colori e ad alcuni filmati che mostrano l'autrice. «Ho lavorato a lungo su tutto quel materiale ci racconta Anne Morin all'inaugurazione e ho cercato di suddividere gli scatti per grandi tematiche: i bambini, le persone per la strada, i ritratti, gli autoritratti, i dettagli, il suo formalismo. Ho cercato di fare ordine nel caos di un'artista così insondabile e controversa». Bambinaia di mestiere, fotografa per vocazione, della sua inconsapevole grandezza non si seppe nulla fino a poco prima della sua morte. Fosse viva oggi, la sua compulsività allo scatto si sarebbe riversata su Facebook, su Flickr, su Instagram, mescolandosi alla dilagante smania di condivisione che ha travolto tutti. Lei contemporanea e sperimentatrice, lei che inventò i selfie allo specchio, lei che si inquadrava riflessa nelle vetrine delle città dove aveva vissuto (New York e Chicago), che era attratta dai dettagli, dai ragazzini che giocavano o dagli anziani a passeggio. Dalla vita che scorreva e non sapeva vivere. Non si preoccupò nemmeno di sviluppare le immagini che produceva, quasi che fotografare soddisfacesse più il suo bisogno di guardare. Ha lasciato un archivio di oltre 150mila negativi, ritrovati da Maloof allora agente immobiliare che lo acquistò per 380 dollari durante un'asta dopo che venne confiscato per un mancato pagamento. La sua intuizione fu di comprenderne il valore. Si mise sulle tracce di lei ormai defunta, restituendo alla storia dell'arte la collezione di street photography più importante del XX secolo. Opere preziose, che senza di lui sarebbero rimaste sepolte con questa misteriosa donna. Lei portava i bambini che le erano affidati nelle zone povere dalla città, a vedere i recinti di bestiame da dove arrivava il cibo che mangiavano. A volte li picchiava. Era una personalità con problemi nei rapporti con gli altri, soprattutto con gli uomini. Di lei Maloof disse in un'intervista: «Non era una pazza. Crediamo che Vivian sapesse di essere una grande fotografa. Ma per mille coincidenze, e forse per la grande paura di essere rifiutata, non ha avuto visibilità».Catalogo Vivian Maier. Una fotografa ritrovata, edizioni Contrasto.Da Forma Meravigli, via Meravigli 5. Aperta fino al 31 gennaio. Orari: 11-20; giovedì 12-23.