«Volevo ucciderla, la bastarda ha capito»

Carlo Cosco, reo confesso, ricostruisce in aula gli ultimi istanti di vita dell'ex moglie Lea Garofalo

Era dentro i cantieri della linea 5 del metrò che si preparavano gli omicidi di 'ndrangheta. Perché in quei cantieri gli uomini del crimine organizzato erano entrati senza fare tanti complimenti. Racconta il pentito Carmine Venturino: «Carlo Cosco era andato nel cantiere di viale Zara a cercare lavoro. Il direttore generale lo aveva cacciato in malo modo. Allora io e Vito Cosco abbiamo aggredito questo direttore, lo abbiamo preso a bastonate davanti alla sede della società. Così ci hanno assunto subito. Facevamo quello che ci pareva, gli operai sapevano che eravamo stati noi a fare quella azione, così quando ero di turno andavo in cantiere, stavo cinque minuti, poi andavo via e mi pagavano lo stesso. E quando abbiamo dovuto preparare una macchina per rapire Lea la abbiamo portata nel cantiere del metrò, e gli operai ci hanno aiutata a caricarla su un camion».

È un incrocio impressionante, quello che Venturino racconta ieri nel processo d'appello per l'uccisione di Lea Garofalo, collaboratrice di giustizia, abbandonata dallo Stato e ammazzata a Milano nel 2009. Perché da una parte ci sono i dettagli allucinanti della esecuzione e della distruzione di Lea, una violenza che sembra venire da un altro pianeta; e poi ci sono invece i dettagli che calano appieno il clan di Carlo Cosco nella Milano di oggi, dove a due passi dai quartieri della moda si installano i fortini dei signori della droga. E dove per entrare nel business degli appalti pubblici basta prendere a randellate un manager: che invece di denunciare tutto ai carabinieri, capisce la lezione e apre il cantiere ai clan.

Venturino si è pentito quando ormai era comodo e conveniente farlo, dopo essere stato arrestato e condannato all'ergastolo per il suo ruolo nell'omicidio della Garofalo. Ieri, in aula, cerca di convincere i giudici di avere cantato non per calcolo ma per amore: per amore di Denise, la figlia di Lea. Dopo avere sezionato a badilate e bruciato la madre, si innamorò - dice - della figlia. E ieri chiede ai giudici di «l'opportunità di rifarmi una vita». Ma sull'omicidio di Lea Garofalo non aggiunge granché che già non si sapesse: anzi, cerca di scagionare un paio di complici condannati insieme a lui all'ergastolo. E butta lì in qualche modo che a costare la vita a Lea non sarebbe stata la decisione di collaborare con lo Stato ma una banale faccenda d'onore, la decisione di abbandonare il marito mentre era in galera, violando una delle leggi della ndrangheta. «Aveva un marchio d'infamia». Se il marito non l'avesse ammazzata, dice, rischiava la radiazione.

Per sè, Venturino ritaglia un ruolo di stolido esecutore. «Ho cercato in tutti i modi di non partecipare a questo omicidio, mi ci hanno trascinato, mi ci sono trovato». Ma la parte che si assegna è se possibile ancora più abbietta di quella del killer: il becchino, lo squarta cadaveri. Un ruolo che inizia quando sale nel solaio di piazza Prealpi, dove Carlo Cosco e suo fratello Vito hanno appena ammazzato Lea («l'abbiamo girata sul divano, l'abbiamo messa a posto, aveva dei colpi in faccia, i vestiti tutti strappati, un laccio verde con il quale era stata strangolata») e termina nel capannone di San Fruttuoso dove lui e un compare lavorano come forsennati per bruciare quel povero corpo che non vuole sapere di distruggersi («la testa si era consumata ma restavano il busto e metà delle cosce. Faceva fumo, si sentiva puzzo di bruciato... mentre bruciava il corpo per accelerare la distruzione spaccavamo le ossa con un badile»). Una scena dell'orrore in cui fa irruzione una zingara che si affaccia per chiedere un favore, e non fa una piega davanti all 'odore di carne bruciata che appesta l'aria.

Come sia morta Lea, Venturino dice di non saperlo: «Ma Cosco mi chiese una pomata perché si era fatto male a un dito: “la bastarda se n'è accorta”». Lea, insomma, capì che la stavano ammazzando; e combattè, perché era una donna di coraggio.