Con «Mildred Pierce» il buon imprenditore diventa protagonista

Il capitalista, al cinema, esce sempre con le ossa rotte, per la gioia degli «indignati» di tutto il mondo. Può essere un imprenditore, un agente di borsa, un banchiere ma sempre e comunque rimane una sorta di lupo mannaro pronto a sbranare i suoi simili per avidità. Tutti ricordiamo i documentari sbracati e a tesi di Michael Moore o quelli molto interessanti ma comunque a tesi come Inside Job di Charles Ferguson (premiato anche dall’Oscar). L’uomo d’affari è sempre cattivo, nel datato Wall Street di Oliver Stone, lasciamo perdere il seguito recente, come nel nuovissimo Margin Call di J.C. Chandor con Kevin Spacey e Demi Moore (esce oggi negli Usa, e racconta la crisi del 2008 vista dagli impiegati di una banca che ricorda molto Lehman Brothers). Non che i registi abbiano sempre torto: come scusare la finanza allegra che ha prodotti tanti danni? Impossibile. Ma rappresentare soltanto questo aspetto è una forzatura che sconfina quasi sempre nella pura e semplice caricatura.
Ecco perché Mildred Pierce, la serie in onda in questi giorni su Sky Cinema (oggi la seconda puntata), è una vera e propria mosca bianca nel panorama cinematografico: il film a puntate di Todd Haynes, con una superba Kate Winslet (Emmy Award per il ruolo), è un consapevolissimo omaggio alla libertà del mercato, e di chi lo anima con le migliori intenzioni. Todd Haynes, famoso per film-omaggio alla musica rock (Velvet Goldmine, ispirato a David Bowie, e I’m not There, originale indagine su Bob Dylan), non è certo un beniamino della destra a stelle e strisce. Anzi. Più volte è finito nel mirino dei conservatori per la presunta immoralità delle sue pellicole. E questo la dice lunga sulla distanza siderale che passa tra la nostra sinistra, massimalista, e buona parte di quella statunitense, critica verso le storture del sistema e non contro il sistema.
La trama è di per sé eloquente. Siamo a Los Angeles nel 1931, in piena crisi economica. L’azienda della famiglia Pierce è sulla via del fallimento, causa crollo degli immobili. Mildred e il marito si separano. La donna, madre di due figli, è costretta a ripiegare su un lavoro qualsiasi. Accetta un posto da cameriera, che fino a pochi giorni prima avrebbe ritenuto umiliante, avendo conosciuto in passato un relativo benessere. Nonostante non sia entusiasta, si impegna al massimo e fa tesoro di ogni esperienza. Scena simbolo: Mildred nel salotto di casa si allena a portare su e giù piatti pieni di sassi al posto delle pietanze. Nel ristorante impara con rapidità come far fruttare una tavola calda. Presto decide di rischiare: si mette in proprio e apre un locale, ottendo un imprevedibile successo commerciale. Due bamboccioni le sono di ostacolo. La figlia maggiore Veda (interpretata da Evan Rachel Wood) con pretese artistoidi, convinta che le sia tutto dovuto. E l’amante (Guy Pearce, vincitore dell’Emmy Award) azionista di una azienda che importa ed esporta frutta: abituato a ricevere i dividendi senza occuparsi direttamente delle sue attività, non è in grado di opporre resistenza ai concorrenti agguerriti. Diventerà quindi una sorta di mantenuto dalle frustrazioni sempre più evidenti.
Mildred Pierce non ha una sbavatura, ti tiene incollato allo schermo e rifiuta il tono didascalico. Il senso è tutto nella storia, nel concatenarsi dei fatti e nella natura dei personaggi; ed è reso dirompente dal fatto che il protagonista non è un uomo, bensì una donna d’affari, in un’epoca in cui le donne erano considerate al massimo brave massaie. In sintesi, un film a puntate da far vedere a tutti: registi italiani tanto indignati quanto incapaci di raccontare senza fare il predicozzo allo spettatore; precari indignati che si sentirebbero umiliati nel cominciare da zero, con un lavoro qualsiasi, come ha fatto Mildred; studenti fuori corso ma indignati che protestano contro lo sfacelo degli atenei; comunisti fuori tempo massimo ma indignati che vedono il capitalismo come lo sterco del demonio.
P.S. Mildred Pierce è tratto dall’omonimo romanzo di James M. Cain del 1941. Rivalutato proprio grazie alla serie tv, per decenni è stato considerato un autore trash o giù di lì. Perché non aveva le idee «giuste».