Miliardi e politica dietro la morte di don Emilio

da La Spezia

Chi ha ucciso don Emilio Gandolfo una decina di anni fa? È possibile che nessuno, in un paesino di case arroccate, quella notte non abbia udito nulla, visto che è ormai certo che il prete venne torturato per 45 minuti (gli frantumarono tutte le costole e persino le dita delle mani)? Chi erano quelle persone che hanno girato per giorni facendo domande? E poi cosa c’entra un «traffico» di pellicce dalla Georgia-Russia, collegamento ipotizzato da un altro religioso, padre Magni? Uno dei più misteriosi omicidi avvenuti sulla costa ligure, un giallo di quelli che non hanno la soluzione scritta nelle pagine finali di un romanzo, torna alla ribalta delle cronache. Un caso di cui si parla poco, come se l’omicidio di un prete «importante», torturato all’interno della sua casa, senza che sia stato rubato nulla di evidente, sia qualcosa di normale.
Ma negli scorsi giorni qualcosa si è mosso, due fatti: una notizia pressoché ufficiale ed una voce che tra i «bene informati» è quasi una certezza. La prima è la scelta dei carabinieri di riprendere in mano il caso, anche con nuovi sistemi investigativi, l’altra è che qualcun altro ha investigato «segretamente» su questo caso.
La storia è quella dell’omicidio di don Emilio Gandolfo, ucciso una notte di dicembre di nove anni fa a Vernazza. Nella notte del 3 dicembre 1999 il borgo di Vernazza venne sconvolto dal macabro delitto: il parroco massacrato di botte nella sua abitazione, adiacente la chiesa. Il corpo venne trovato nella camera da letto, in mezzo a un disordine generale, i fili del telefono strappati. Gli assassini picchiarono a lungo don Gandolfo, procurandogli numerose fratture. L'autopsia ha collocato l'ora della morte tra le 20,30 e le 21,30. La ricostruzione poi indica che alle 19,30 qualcuno è entrato in casa, al quarto piano del palazzo della canonica, probabilmente dopo essersi fatto aprire dallo stesso sacerdote l'ingesso principale. Infatti non sono stati rilevati segni di effrazione, mentre accanto alla porta che dà accesso alle scale sono state trovate macchie di sangue. Da quella casa sparirono floppy disc, un diario-agenda e anche il cellulare del prete, ma non venne preso oltre un milione di lire in contanti (suddiviso in sei buste nello scrittoio della camera) né un prezioso crocefisso, gettato sul letto vicino al cadavere. Nella chiesa attigua c’era un prezioso calice che non è stato toccato. Però i locali della canonica vennero stati messi a soqquadro, come se gli assassini cercassero qualcosa.
Oggi, a distanza di quasi un decennio, il mistero è ancora tale, ma negli «ambienti» si parla anche di oscure presenze, di persone sconosciute che girarono a Vernazza in quei giorni a chiedere in giro informazioni, come se fossero cronisti, ma che giornalisti non erano.
Così adesso che il caso, mai chiuso, è stato ripreso da un team speciale dei carabinieri certe presenze tornano alla memoria di alcuni abitanti. Chi erano quelle persone? Chi le aveva mandate? Forse quelle strane figure, che non erano investigatori né tantomeno rappresentanti della stampa, sono collegate alla storia personale di don Gandolfo che tutto era tranne che un comune prete di paese. Don Emilio Gandolfo era un intellettuale di valore. Faceva parte del cenacolo del cardinale Ferrari, che univa personalità laiche e cattoliche. Negli anni '80 era stato consulente ecclesiastico dell'Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede, poi era stato spostato in Liguria, presso la parrocchia di Santa Margherita di Antiochia a Vernazza, nelle Cinque Terre. Don Emilio era un biblista di fama mondiale, studioso ed esponente dell’intellighenzia ecclesiastica, ma anche un profondo conoscitore della curia romana e del potere politico che si esercita nella capitale. Era amico, forse confessore, di molti potenti, soprattutto della ex Dc. Ed era stato consigliere spirituale di Amintore Fanfani, più volte presidente del consiglio.
L’indagine oggi è in mano al colonnello Paolo Zito, comandante provinciale dei carabinieri da un anno, che ha ripreso in mano l’inchiesta. C’è un fascicolo, un voluminoso dossier informativo, di migliaia di pagine, ma anche reperti, tracce di dna ed altro. Gli strumenti tecnologici in possesso oggi alla scientifica, rispetto al 1999, sono avanzatissimi e potrebbero essere risolutivi. I carabinieri stanno investigando a 360 gradi senza trascurare alcuna pista. Ma secondo indiscrezioni hanno imboccato quella dei misteri romani, con un business miliardario legato ad una fondazione filantropica, che era già stata intrapresa a ridosso del delitto. Nelle scorse settimane i carabinieri hanno chiesto e ottenuto un incontro con la figlia di Fanfani, si è trattato comunque di un colloquio informale, per sapere se don Emilio si fosse confidato con l’alto esponente democristiano, se gli avesse esternato angosce e paure di quel periodo. Sono state accantonate le ipotesi che riguardano un’aggressione di balordi, difficile pensare anche all’ipotesi di un furto finito male.
Resta poi il silenzio assoluto che arriva dal piccolo borgo di Vernazza. Nessuno ha visto nulla, nessuno ha sentito nulla, nessuno ha nulla da dire. Così è stato in questi anni, forse dopo che strane figure non identificate si aggirarono per la località facendo troppe domande. Mai una lettera anonima, né un sospetto o una voce sussurrata. Ed appare strano se si pensa al luogo dove si è svolto l’omicidio: Vernazza. In questo piccolo borgo delle Cinque Terre ogni anomalia viene notata, qui in inverno anche chi viene dalla città è visto come uno straniero. Ma in quel giorno di dicembre nessuno vide nulla.
Forse c’è un segreto, vincolato dalla presenza di «curiosi» non identificati, che qualcuno a Vernazza sta ancora gelosamente custodendo, anche dopo tanti anni.