«Un milione di euro per dirci che Marco è l’unico colpevole»

La voce è tremula, rotta dalla commozione, ma anche dalla rabbia. Parla con un filo di voce. Paolo Pantani sembra molto più anziano dei suoi 68 anni, e ora si trova a dover piangere ancora una volta il suo Marco.
Dopo sette anni, non c’è pace per Marco Pantani, non c’è pace per una famiglia che cerca solo di ricordare nel modo migliore il proprio figlio, ma soprattutto chiede rispetto e giustizia.
«Ma la giustizia nel nostro Paese non esiste più, questo è evidente ed è sotto gli occhi di tutti - ci dice papà Paolo, dall’altro capo de telefono, con il tono di un uomo vinto -. In Romagna sanno perfettamente chi è questo Carlino. Lo sanno tutti da tempo che questo è il capo dei capi, eppure adesso è fuori, perché secondo la Cassazione il “fatto non sussiste”».
L’altro ieri la Cassazione ha del tutto prosciolto Fabio Carlino dall’accusa di aver ceduto, insieme ai pusher Fabio Miradossa e Ciro Veneruso, la dose di cocaina purissima che provocò la morte per overdose di Marco Pantani il 14 febbraio del 2004. Nella sua requisitoria, il sostituto procuratore generale della Cassazione Oscar Cetrangolo, aveva mosso molte perplessità ai verdetti di merito dicendo di «aver avuto la sensazione che la spettacolarizzazione data dai media alla morte di Pantani, abbia spinto i giudici di merito ad una eccessiva attribuzione di responsabilità».
«Mio figlio è morto per la spettacolarizzazione della giustizia. È morto perché inseguito da sette Procure e da mille indagini. È morto di rabbia, rancore e depressione. Se Marco è finito nel tunnel della droga è perché il mondo del ciclismo e dello sport l’hanno ridotto a unico capro espiatorio: l’hanno lasciato solo, l’hanno abbandonato e lui si è sentito tradito - spiega papà Paolo -. Si è rifugiato in un mondo artificiale, e in questo mondo però certe persone come Carlino, ce l’hanno tenuto».
Quindi Marco è morto perché si è fatto male da solo…
«È così. Dopo la sentenza della Cassazione l’unico “colpevole” è il nostro povero Marco. Colpevole di essersi drogato, perché venderla, portarla, comportarsi come dei parassiti non è reato. La colpa è solo di chi ricorre alla droga. Prima, quando era in vita, l’hanno massacrato con sette Procure per farlo fuori. Adesso ce l’hanno nuovamente ucciso, con questa scandalosa sentenza».
Perché volevano farlo fuori?
«Perché era scomodo. Perché catalizzava troppe attenzioni attorno a se. E come sai bene, nel mondo c’è troppa invidia e troppi interessi. Il presidente della Federazione Ciclistica di allora (Giancarlo Cerruti, ndr), ha fatto di tutto affinché Marco pagasse in maniera esemplare le sue presunte colpe. Soprattutto ha fatto in modo che pagasse lui per tutti. Avevano assolutamente bisogno di un bersaglio importante e vulnerabile per far vedere come il Coni e la Federciclismo stavano operando nella lotta al doping. Volevano mettersi le medaglie e su queste medaglie c’era impresso il volto di mio figlio, di nostro figlio».
A proposito: come sta mamma Tonina?
«Male, malissimo, soprattutto è molto arrabbiata. Anche lei non sa più cosa a fare e a cosa pensare. Noi proveremo a lottare, ad andare avanti, ma non è facile, perché i poteri forti sono più forti di noi».
Quando parla di poteri forti, a cosa si riferisce?
«Al potere giudiziario, politico e sportivo. Il potere c’è, e si fa sentire con tutti i suoi tentacoli nei momenti più opportuni. Vi ricordate quando Vallanzasca scrisse nel suo libro che gli scommettitori non pensavano che Marco potesse vincere al Giro’99? Lui raccontò una storia molto verosimile, che si rivelò vera. Terribilmente vera. Attorno alla figura di Marco si erano venute a concentrare troppi interessi, troppe persone di malaffare. Scommettitori, malavita, giochi politici…Tutto un insieme di fattori che hanno contribuito a far fuori il nostro Marco».
Cosa pensate di fare adesso?
«Non lo so. Il nostro avvocato, Umberto Salerno, ci aveva rassicurato di state tranquilli. Ci aveva detto: anche in Cassazione si vince. Ora siamo molto arrabbiati anche con lui».
Quindi?...
«Non ne ho idea. Siamo ancora molto confusi e disorientati. È come se ci avessero riaperto nuovamente una ferita. È come se vivessimo nuovamente da capo la perdita di Marco».
In questi anni quanto avete speso in parcelle per avvocati?
«Più di un milione di euro».
Un milione di euro per avere un Carlino libero…
«Nella nostra zona Carlino lo conoscono bene tutti, e fa quello che vuole in lungo e in largo. Ora tornerà a fare quello che ha sempre fatto. Eppure è stato assolto perché nel nostro Belpaese l’unica cosa che sussiste è l’ingiustizia».