Un milione di hezbollah assediano Beirut

Solidarietà saudita al premier libanese: un avvertimento per Teheran e Damasco

Gian Micalessin

Forse deve solo passare la nottata. Ma sarà lunga e tumultuosa. Dalle finestre del suo ufficio assediato nel Palazzo del Gran Serraglio il premier Fouad Siniora scorge ancora quel lugubre mare nero, quell’ondata di fiaccole tra le ombre delle tende, quel tramestio di bandiere. Sente ancora quell’asfissiante ronzio di cori e slogan. Sono quasi un milione, un quarto della popolazione. Sono arrivati dai quattro angoli del Paese. Hanno trasformato il cuore di Beirut in un bivacco colorato e minaccioso. E non se ne andranno troppo presto. «Vogliamo un governo pulito», ripetono cartelli e striscioni. «Vogliamo un governo libero», ulula la folla impazzita. «Non si sono curati di noi durante la guerra ora vogliamo un governo d’unità nazionale», ripete lo sciita Alì Aboud giunto fin qui da un paesino del sud. «Vogliamo far cadere il governo, siamo la resistenza, non vogliamo le mani dell’America sul nostro Paese», scandisce Najwa Bouhmadan.
Hezbollah e Amal li hanno trasferiti fin qui da tutto il Paese, han pagato il prezzo della benzina, hanno messo a disposizione camion, autobus e bandiere. Tutto organizzato con perfezione prussiana. Tutto preparato con scenografia hollywoodiana. In questa oceanica dimostrazione di forza, in questo tsunami di popolo capace di sommergere il governo fuscello di Siniora quel che più sorprende è la sproporzione tra la forza della legalità e quella della propaganda.
In quel palazzo scosso dall’ondata d’umani resistono un premier e un manipolo di ministri scelti dalla coalizione vincitrice delle elezioni. Un governo democraticamente eletto dopo l’uccisione dell’ex premier Rafik Hariri, dopo quella primavera dei cedri che, con la sola forza dell’indignazione e della rabbia, costrinse Damasco a chiudere 30 anni d’occupazione.
Laggiù in piazza bivacca una commistione di forze che non punta solo a ribaltare il risultato elettorale. Laggiù si coagulano i piani di chi vuole trasformare il Libano nell’ultima propaggine di un immenso asse sciita esteso, attraverso Iran, Siria e Irak, fino al confine settentrionale d’Israele. Tra quelle tende si lavora per compiacere il vecchio padrone siriano, per salvare i vertici di Damasco dalle insidie di un tribunale internazionale sull’assassinio Hariri. Laggiù si lavora per abrogare gli accordi di Taif e regalare l’egemonia alla comunità sciita.
Ovviamente nulla è esplicito. I bellicosi stendardi gialli del Partito di Dio sono scomparsi, sostituiti dalle bandiere libanesi. Hezbollah ha schierato un doppio cordone di servizio d’ordine per dimostrare di voler contenere qualsiasi intemperanza. Ad aizzare la folla, a chiedere le dimissioni del governo è stato mandato il generale Michel Aoun, il Quisling cristiano che dopo aver pagato con tre lustri d’esilio l’ardore antisiriano baratta, a 71 anni suonati, la storia della propria vita con il miraggio della presidenza. Se il piano si chiuderà, subentrerà ad Emile Lahoud, diventerà il presidente fantoccio dei siriani, di Amal e di Hezbollah. Aoun sarà la nuova foglia di fico cristiana per la nuova egemonia sciita.
Eppure tanti cristiani, gli stessi scesi in piazza dopo l’assassinio Hariri, sono in quella piazza fianco a fianco con i vecchi nemici. Mentre la galassia frastagliata dei cristiani rotola verso una nuova lotta fratricida, sciiti e sunniti preparano lo scontro finale che minaccia d’infiammare l’intero Medio Oriente. Lo fa ben capire il Gran Mufti Mohammad Rashid Kabbani andando, a mezzogiorno, a recitare la preghiera del venerdì negli uffici assediati di Siniora.
«La Costituzione garantisce la libertà d’espressione – ricorda in un chiaro monito il padre spirituale dei sunniti libanesi – ma tentare di ribaltare un governo muovendo la piazza semina discordia tra la popolazione e noi non possiamo accettarlo». Lo evidenzia con raggelante chiarezza la telefonata serale del re saudita Abdallah a Siniora e ai suoi ministri. Una telefonata che risuona nel fragoroso silenzio medio-orientale come un secco altolà ai piani di Damasco e Teheran.