Un milione di turchi gridano in piazza: "Né golpe, né sharia"

Sfidano le minacce dei militari, contestano il presidente filo islamico, invocano nuove elezioni. Una folla sterminata di giovani e donne sfila in difesa di Stato laico e democrazia

Istanbul - C’è una parte di Turchia che non ci sta. Che non ne vuole sapere del governo islamico moderato di Recep Tayyip Erdogan, ma anche dei moniti dell’establishment militare. Ieri a Istanbul oltre un milione di persone è sceso in piazza per difendere la laicità dello Stato, quella per cui Mustafa Kemal Atatürk ha lavorato tanto, dando vita a una delle più grandi stagioni riformatrici del XX secolo. Un altro grande movimento popolare dopo il corteo ad Ankara, due settimane fa. Ma, almeno una parte, ha manifestato anche per difendere una democrazia moderna, che il popolo turco si è conquistato a suon di colpi di Stato militari, sacrifici e molto dolore. Loro non hanno gradito l’intervento dei militari di venerdì sera, perché è stato un tuffo in un passato che la Turchia deve lasciarsi alle spalle.
Sulla Çaglayan Meydani, c’erano due anime questo Paese. C’erano gli anziani, che hanno sofferto, e che non voglio vedere la loro nazione allontanarsi da quel processo democratico che ha intrapreso con tanta difficoltà. E c’erano i giovani. Tantissimi. Che manifestavano per proteggere la loro Turchia moderna, che guarda verso l’Europa, da un presidente come Abdullah Gül, con un passato da militante islamico alle spalle e una moglie velata. «Né sharia, né colpo di Stato, viva la Turchia indipendente», recitavano numerosi cartelli. Una manifestazione partecipata, ma composta e civile in ogni suo momento.
In mezzo a tanta gente, non mancavano anche signore con il capo coperto. Strettamente osservanti della fede islamica, hanno voluto partecipare alla «Marcia per la Repubblica». «Porto il velo da quando avevo 16 anni - spiega al Giornale Gonca - ma è una mia scelta personale. E non voglio che nessuno possa imporla agli altri, anche indirettamente. Il bello di questo Paese è che le donne sono libere di decidere. Un presidente con la moglie velata non è un buon esempio».
«La Turchia è laica e resterà laica». Lo urlano tutti, incessantemente, insieme con altri slogan come «Via i fanatici dalla Presidenza della Repubblica». Molti gli attacchi al premier Erdogan, accusato di essere l’artefice di questo momento di forte tensione. «Tayyip - recitano alcuni cartelli - questa volta guardaci e contaci molto bene», con chiaro riferimento alla polemiche emerse dopo la manifestazione di Ankara, quando il Primo ministro sminuì la portata dell’evento. Preso di mira anche Gül con cartelli dai fantasiosi giochi di parole del tipo: «Gül’e güle, güle», ciao ciao Gül.
Nel Paese, la situazione rimane incandescente. Proprio Abdullah Gül ieri ha dichiarato che non ha intenzione di ritirare la sua candidatura. Un gesto che potrebbe contribuire a rendere il clima ancora più pesante e che arriva nonostante venerdì, secondo l’opposizione, l’attuale ministro degli Esteri non abbia raggiunto il quorum sufficiente a essere eletto Capo dello Stato. La parola ora è passata alla Corte costituzionale. Il suo presidente Tülay Tugcu ha fatto sapere che la Yüce Divan delibererà entro mercoledì. Intanto, da ogni parte, arrivano richieste di elezioni anticipate. Le hanno chieste l’opposizione, due milioni di persone, scese in piazza durante i cortei di Ankara e Istanbul. E ieri, a sorpresa, le ha chieste anche la Tusiad, la Confindustria turca. Perché adesso, oltre alla tenuta politica del Paese, rischia anche l’economia, che si era risollevata in modo brillante dopo la grande crisi del 2001. La Borsa di Istanbul venerdì è crollata e i cambi della lira turca su euro e dollaro vanno malissimo.
Il premier Erdogan, intanto, prende tempo. L’altro giorno ha dichiarato che il Paese potrebbe tornare alle urne in agosto. Ma, come tutti in questo momento, attende il pronunciamento della Corte costituzionale.
«Tayyip - urla un gruppo di donne - guarda questo e ricordati bene: torneremo in piazza finché sentiremo che la laicità del nostro Paese è in pericolo». In mano tengono un grande cartello. Ci sono Erdogan, alcuni suoi ministri, e le loro mogli, tutte rigorosamente velate. Camminano nel deserto. Sotto c’è scritto: «Andate in Iran». Perché la Turchia è una Repubblica. E basta.