Militari e islamici, scontro finale in un Paese sull’orlo del precipizio

da Istanbul

Ieri a Güngören, il quartiere di Istanbul dove sono esplose le due bombe che hanno ucciso 17 persone, da molte finestre pendeva la bandiera nazionale. È un messaggio per il Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan. E allo stesso tempo una manifestazione dell’identità del popolo turco, che crede nella nazione fondata da Mustafa Kemal Atatürk e in frasi come «ne mutlu Türküm diyene», felice di essere turco e «Vatan bölünmez», la Patria è indivisibile. Una, anche se certo la più importante, delle anime del popolo turco, che dal 1923, data dell’inizio dell'età repubblicana, è in bilico fra Oriente e Occidente, tra tradizione islamica e lo stato moderno fondato dal Padre della Patria. Perché il problema della nazione turca è quella di contenerne due, forse tre. La prima si richiama alla componente religiosa che storicamente caratterizza il Paese. La seconda, quella di Atatürk, vede quella stessa matrice come una minaccia. Mai trasparente, il rapporto tra le due Turchie si è avviluppato in un groviglio sempre più inestricabile in cui la parte meno visibile è quella rappresentata dal cosiddetto Stato Profondo, in tempi più recenti chiamato Ergenekon. Uno stato nello stato, accusano i partiti di governo, un network sotterraneo nato in ambienti laici e militari con l’obiettivo, da raggiungere con un colpo di stato in preparazione, di inficiare il voto popolare e di recente stroncato con una serie di arresti (tra cui alcuni generali). Accuse respinte dagli ambienti laici vicine alle Forze Armate che parlano di totale montatura, di rappresaglia del governo per controbattere lo scontro sul tema della laicità.
L'ultimo atto, quello più visibile e forse decisivo, della contrapposizione fra le due Turchie va in scena in questi giorni, con la messa in stato d'accusa dell'Akp, il Partito per la giustizia e lo sviluppo, che ha ottenuto il 47% dei voti alle ultime elezioni ma non viene ritenuto abbastanza laico per guidare il Paese. Un anticipo si era visto nei mesi scorsi, quando la parte laica insorse contro la legge che liberalizzava l'uso del türban, il velo islamico della tradizione turca, nelle università, poi bocciata dalla Corte.
Le cose sono però più complicate di come appaiono. Erdogan infatti è anche il premier del rinnovamento, degli sforzi per entrare in Europa, del tentativo di instaurare un dialogo con la parte curda del Paese e di risolvere il "Nodo Cipro". Paga il suo passato, la militanza in due partiti islamici, il Refah e il Fazilet, entrambi chiusi dalla Corte costituzionale nel 1997 e nel 2001 e la condanna, nel 1998, per incitamento all'odio religioso. Un passato che dice di essersi lasciato alla spalle con la fondazione, nel 2001 del Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp), di orientamento islamico-moderato, ma di cui una parte della nazione e della magistratura non si fida.
Così il 14 marzo, quando Erdogan era certo di poter guidare il Paese per 5 anni verso l'Europa, di poter vedere attuata la legge sul türban e di cambiare la Costituzione del 1982, figlia del golpe del 1980, il capo della Yargitay, la procura generale della repubblica, gli ha fatto capire che il tempo passa, ma il passato conta. Sarà la Corte costituzionale a decidere se il premier verrà ricordato come "Erdogan il Saggio" o "Erdogan l'islamico". Nel frattempo tace, o quasi, l'opposizione parlamentare. Il Chp, il Partito repubblicano del popolo, quello fondato da Atatürk, alle ultime elezioni ha raccolto il 21% contro il 47% del premier e continua a perdere terreno perché in tutti questi anni è stato solo capace di richiamarsi ai principi del kemalismo, senza cercare di costruire un programma soprattutto in sede economica, capace di contrastare l'Akp. E la gente è andata alle urne e ha votato per il premier che aveva un passato islamico, ma garantiva anche liberismo economico e ingresso in Europa. Ora a pronunciarsi dovrà essere la Corte costituzionale. Il problema è che oltre 16 milioni di persone lo hanno già fatto col voto.