«MILITARIA» Corazzate e portaerei giganti del mare

Le cinque sezioni del decimo volume di Militaria raccolgono tutta la storia della moderna marineria da guerra, raccontata attraverso i suoi strumenti più rappresentativi: le navi. Ad aprire la rassegna sono naturalmente le corazzate, le unità considerate più prestigiose da tutte le flotte fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando i combattimenti del pacifico dimostrarono la superiorità delle portaerei, con la capacità degli apparecchi imbarcati di attaccare a distanze enormemente superiori a quelle alle quali poteva essere efficace il cannone.
La moderna stagione delle corazzate ha avuto due periodi. Il primo è compreso fra il varo della Dreadnought, prima unità monocalibro dotata di apparato motore a turbina, capace di superare i ventun nodi con un armamento di dieci pezzi da 305, e la stipula degli accordi di Washington, nel 1922, quando tutte le potenze si impegnarono a rispettare l’embargo navale e di conseguenza a smantellare le unità in cantiere e a non impostarne di nuove per dieci anni.
La seconda stagione è quella successiva alla fine della tregua navale, quando tutte le potenze ripresero le costruzioni. Fu la stagione nella quale in Italia venne iniziata la realizzazione della classe Littorio, ad oggi le più grandi navi da guerra mai costruite nel nostro paese.
Proprio le clausole del trattato di Washington furono decisive anche per la nascita e lo sviluppo delle portaerei. Esperimenti in merito alla possibilità di utilizzare il ponte costruito su di una nave per il decollo e l’atterraggio di aerei erano già stati effettuati prima della grande guerra. Il primo appontaggio di un aereo su di una nave avvenne il 18 gennaio 1911. Il tentativo fu effettuato con successo su di un ponte di legno realizzato a bordo dell’incrociatore statunitense Pennsylvania, fermo alla boa.
Nel corso della Prima Guerra Mondiale però l’arma aerea non aveva dimostrato le proprie capacità operative in mare. Lo sviluppo tecnico del mezzo non era ancora sufficiente a consentirgli né la sicurezza operativa, né la capacità di trasportare il peso sufficiente di armi offensive per infliggere danni significativi ad unità maggiori pesantemente corazzate. La sperimentazione però proseguiva frenetica, mentre gli sviluppi tecnologici portavano ad un costante miglioramento dei materiali di volo.
Quando il trattato di Washington impose alle maggiori potenze navali di interrompere la costruzione di tutte le corazzate e gli incrociatori da battaglia al momento in cantiere la conversione degli scafi già realizzati, o in corso di ultimazione, in portaerei apparve naturale. Quasi tutte le portaerei sia giapponesi che statunitensi che combatterono la fase iniziale della guerra del Pacifico, quelle impegnate a Midway in particolare, avevano questa derivazione. Il corso della guerra dimostrò in maniera tale la superiorità della portaerei che la prassi delle trasformazioni venne ripresa e intensificata con le unità in costruzione: anche una corazzata gemella della Yamato, la Shinano, fu trasformata in portaerei mentre era ancora sullo scalo.
L’efficacia riconosciuta alle portaerei si è dimostrata tale che mentre nel dopoguerra non sono state impostate corazzate, la costruzione di unità destinate ad imbarcare aerei è proseguita con continui aumenti di dislocamento, fino alla realizzazione di vere e proprie, costosissime, città galleggianti che ancora costituiscono la spina dorsale della marina degli Stati Uniti.
Delle altre sezioni del volume due sono dedicate alle navi minori di superficie, incrociatori e unità di scorta, mentre una presenta la storia dei sommergibili, la tipologia di naviglio con il quale la potenza in svantaggio di materiali ha tentato di opporsi nell’ultimo secolo a quella egemone.
Il tentativo è stato effettuato senza successo dalla Germania sia nella Prima che nella Seconda Guerra Mondiale, mentre durante la Guerra Fredda è stata l’Unione Sovietica a impostare una corsa all’armamento subacqueo il cui esito per fortuna non è mai stato alla prova in un reale confronto sul mare.