«MILITARIA» Una tempesta di tecnologie

Dal 1860 al 1890, in circa trent’anni, l’aspetto, l’armamento offensivo e difensivo, la forza motrice, persino la classificazione delle navi da guerra cambiò in modo radicale. Di questa trasformazione tratta il settimo volume di «Militaria», con la consueta dovizia di informazioni e di dati tecnici.
Durante la prima metà dell’Ottocento il controllo del mare fu assicurato da navi che non differivano in modo sostanziale da quelle con le quali, a Trafalgar, Orazio Nelson aveva conquistato il dominio dei mari all’Inghilterra: essa lo avrebbe mantenuto per tutto il secolo successivo alla battaglia. Le tecnologie che si incontravano nel vascello di linea, erede del galeone che nel Cinquecento aveva soppiantato la galera a remi come strumento principe della guerra navale, erano quelle della costruzione e protezione in legno, della navigazione a vela e dell’armamento offensivo principale costituito da batterie di cannoni ad avancarica, con canna ad anima liscia, che sparavano proiettili pieni.
Alla fine del secolo tutto questo non esisteva più. Le principali marine del mondo, ossia tutte quelle europee e buona parte di quelle americane, fondavano la loro forza su navi dallo scafo almeno protetto da piastre di ferro, che utilizzavano il vapore per lo spostamento e imbarcavano cannoni a canna rigata che sparavano proiettili esplosivi. I calibri minori erano già quasi tutti a retrocarica, per i maggiori ci si stava equipaggiando. Le novità erano così sconvolgenti che si facevano esperimenti anche su di un’arma che per anni era sembrata destinata a rimanere relegata nel passato remoto: lo sperone. Ci volle la battaglia di Tsu Shima per convincere i progettisti navali che l’affondamento per speronamento della «Re d’Italia» durante la battaglia di Lissa da parte dell’ammiraglia di Tegetthoff era stato un accidente più che un episodio destinato a riaprire la stagione del combattimento navale per contatto diretto.
In effetti la prima corazzata a vapore, la «Virginia» della marina confederata, aveva debuttato anche lei affondando una nave nemica con lo sperone, ma anche in questo caso si era trattato dell’esito casuale di una serie di circostanze, prima fra tutte il fatto che il veliero unionista «Cumberland» fosse all’ancora, del tutto impreparato a sostenere l’attacco nemico. Quando l’evoluzione tecnologica è molto rapida non risulta facile ai progettisti capire in quale direzione ci si debba muovere. Investire le somme necessarie alla costruzione di una flotta è sempre un azzardo: bisogna fare scelte che la prova dei fatti rischia di mettere in discussione in modo tragico.
In effetti le flotte a vapore di prima generazione ebbero solo poche occasioni per venire messe alla prova: la guerra ispano-statunitense e quella russo-giapponese, se si eccettuano alcuni scontri avvenuti in quella cino-giapponese con materiali però piuttosto antiquati, soprattutto da parte cinese.
Il momento della verità fu la battaglia di Tsu Shima, il 27 maggio del 1805, quando i giapponesi, sparando con l’artiglieria principale dalla distanza di alcuni chilometri, annientarono la flotta russa che aveva fatto il periplo dell’Africa per soccorrere gli assediati di Port Arthur. Si trattava però già di uno scontro fra navi vecchie, superate dalla tecnologia delle turbine e dei calibri maggiori a tiro rapido. La prima corazzata moderna, la «Dreadnought», fu varata il 10 febbraio del 1906 e il suo arrivo decretò l’arretratezza di tutte le navi da guerra allora esistenti, dato che combinava una potenza di fuoco e una velocità prima di allora non immaginabili.
Si apriva allora il capitolo che si sarebbe concluso allo Jutland, con il più grande scontro navale mai combattuto con il cannone, che certificò per l’ultima volta nella storia la supremazia navale inglese.